martedì, maggio 20, 2014

Trentatre

GIORNO 50, DON DET, LAOS

E' trentatre, il nuovo record di persone caricate su un tuk tuk. Un bel tuk tuk, non c'e' che dire, con tanto di teli avvolgibili antipioggia ai lati e tre file di sedute. Novita' importante, la seduta centrale. Un ingegnoso espediente che funziona soltanto con il seguente schema: gamba destra del passeggero esterno, gamba sinistra di quello interno, sinistra esterna, destra interna. E cosi' via. Una serie di improbabili accoppiamenti, scardinati di tanto in tanto da qualche agente esterno, per esempio il celeberrimo sacco di farina. 

Carico cosi' composto: tre file da nove passeggeri l'una, quattro persone in piedi fuori dal piano di carico aggrappate con noncuranza, due bambini random in movimento. Quattro contenitori di polistirolo 50x70 per il trasporto del pesce, il gia' celebre sacco di farina, due ceste d'ananas, un mazzo di tondini d'acciaio per il cemento armato legati sulla sponda esterna, quattro fioriere di cemento in stile bar sulla spaggia. Piu' una media di 0,75 bagagli a passeggero sul tetto custoditi dal celebre telo copri tutto.
Non male, nonostante le apparenze. Mezzo sempre molto ventilato, il tuk tuk. Un inconveniente, non avere i finestrini, che si fa notare soltanto durante una breve sosta sul tragitto. Dieci dodici provette cuoche locali partono infatti all'attacco sventolando polli allo spiedo sotto le facce degli affaticati viaggiatori, infilandosi in ogni spazio libero per raggiungere i meno fortunati seduti nella linea centrale.

Panorami splendidi, anche se parzialmente oscurati da polli allo spiedo. Discesa lungo il Mekong fino ad arrivare nel suo tratto piu' ampio, dove infinite ramificazioni danno vita alle quattromila isole dell'arcipelago. Uno di quei posti fuori dal tempo e dallo spazio, che si pensa esistano solo nella fantasia degli sceneggiatori. E invece qui, come nel migliore dei film, ci sono anche i delfini. Rosa. E un infinito punteggiare di terre emerse e incontaminate, e piccole barche che risalgono la corrente, e tramonti.
Lasciamo Nakasang con una piccola barca e un giovane svedese venuto a vivere nei campi di riso dell'isola di Don Det. Che sara' anche la mia di casa, per qualche giorno.



lunedì, maggio 19, 2014

Destination Pakse

GIORNO 49, PAKSE, LAOS

Pochi giorni fa da Vientiane a Kong Lo, viaggio semplice, forse per una fortunata coincidenza. Nove persone che hanno deciso contemporaneamente di recarsi in questa amena localita' del Laos centrale, abbastanza per riempire un minivan, trovare un volenteroso autista e percorrere a tempo di record i trecentoventi chilometri del percorso.
Oggi, il problema: andarsene. Situazione complicata, quando non esiste un servizio regolare di autobus o similari, ma l'entusiasmo di Sam, il neozelandese, e' piuttosto contagioso: this is travelling! Ogni disagio, ogni scomodita', ogni trasferimento estenuante diventa nell'ottica di viaggio una formidabile esperienza, mentre nella vita quotidiana sarebbe vista come indicibile sventura e fonte di irritazione.
Sarebbe bello avere lo stesso entusiasmo nell'affrontare il traffico del mattino a Roma o le code in autostrada: una formidabile esperienza! 
E via, siamo qui per questo. Ore otto, Kong Lo, si salta su un tuk tuk. Raccattati altri due viaggiatori, determinati e con birra in mano, si sfila veloci tra due dorsali di montagne nere e taglienti, mentre il sole gia' colpisce con violenza quella terra verdeggiante. Un'ora dopo il simpatico driver ci deposita su un piccolo autobus locale, con corpi boccheggianti appoggiati ai finestrini, fermi in attesa nel piazzale del benzinaio. L'aria calda gia' sale dall'asfalto, in un iride di colori e vapori di benzina.

Tre ore dopo eccoci sulla strada maestra, alla stazione degli autobus di Tha Khaek. Zuppa di noodle per rinfrancare lo spirito, ore 12.30 pronti sul piazzale in attesa della linea per Pakse. Gradi dell'aria, non pervenuti. Magliette evaporate. Dodici e quaranta. Cinquanta. Tredici. Pare che l'autobus abbia avuto problemi tecnici. Ci consigliano di andare a Savannakhet, allungando leggermente, per prendere un mezzo da li. 
Si salta a bordo. Partenza. Sembra di uscire dal parcheggio della Festa dell'Unita'. Che nella mia memoria era uno sterrato ondulato con cespugli intricati ai lati. Velocita' massima consentita dodici chilometri orari. Soltanto che questa volta, l'uscita dal parcheggio, dura tre ore. Un leggero mal di mare, ironico, guardando il deserto attorno.

Savannakhet. Un'ora di scalo. E poi, ultima tratta. L'autobus ha quarantacinque posti, sessanta passeggeri. Che e' il problema minore, dato che qualcuno sta utilizzanto l'autobus come convoglio merci per trasportare quaranta, e dico quaranta, sacchi di riso o similari. Risultato: corridoio coperto da piu' strati di sacchi, passeggeri che camminano ad altezza collo sbattendo la testa sul soffitto, sovrappopolazione. Arrivo registrato a Pakse alle ore 23.50, giusto in tempo per cenare con birra e pacco di patatine. 
E domani, nuovo trasferimento.

sabato, maggio 17, 2014

Sottoterra

GIORNO 47, KONG LO, LAOS

Pho spinge verso il basso la leva del motore. La barca accelera, la prua si solleva appena, le pietre ticchettano sul fondo. La foschia perenne si trasforma in piccole gocce d'umidita' che si appiccicano al volto. Guardo avanti, attraverso il fascio di luce che ballonzola sulle rocce: difficile orientarsi, al buio. 

Pho non sembra preoccupato. Non mi sento particolarmente tranquillo. E' quasi un'ora che ci addentriamo nel ventre della montagna, su questo fiume sotterraneo che nei secoli ha scavato improbabili cunicoli con la maestria di uno scultore rinascimentale. Pareti lisce, immense grotte di stalattiti, gocce che cadono a tratti dall'alto, facendo pensare si tratti solo della piu' nera tra le notti, ma che ci siano nuvole la' sopra, piuttosto che altra pietra. 
Strana tanta oscurita'. Pupille dilatate al massimo, tanto che quando la luce appare dall'altro lato del cunicolo ha un che di irreale, miraggio del viaggiatore perso in uno sconfinato mondo sotterreneo. 
Sette chilometri nel nulla e poi il classico paesaggio idilliaco, con il villaggio di capanne rimasto lontano dalla civilta', la vegetazione rigogliosa, le parabole sui tetti. Perche' non esiste piu' isolamento, ai tempi del turismo globale. E la grotta comincia ad essere un'attrattiva, con il suo andirivieni di piccole barche con stranieri intirizziti e giovani locali capaci di guidare bendati, al buio, senza riferimenti.

Ancora pero' ci si salva dal turismo di massa. Sara' la bassa stagione, le difficolta' nei collegamenti, ma in un'intera giornata passata a sguazzare con i pesci del laghetto avro' incontrato si e no dieci persone. 
A volte uscire dai percorsi prestabiliti puo' avere i suoi vantaggi. Come in questo caso.


giovedì, maggio 15, 2014

Oggetti smarriti

GIORNO 45, VIENTIANE, LAOS

La notizia rilevante di questi lazy days e' che ho perso il telefono. Che, per carita', puo' essere anche un aspetto positivo, se non fosse che il concetto di internet point da queste parti e' stato un po' dimenticato. Ormai il mondo e' wifi. Ognuno viaggia con un dispositivo, un device se vogliamo essere trendy, a volte due. Anzi, quasi sempre due. Perche' lo smartphone e' una specie di prolungamento dell'arto umano, digitalizzato e sincronizzato, che raramente fa ritorno nella sua condizione di oggetto inerte. Quindi non conta. Magari la mail si legge sul cellulare, ma si scrivi da un ipad, tablet, netbook, macbookair. Anche qualche notebook. Con quale coraggio, penso io, avere in uno zaino di sessanta centimentri per quaranta uno schermo da quindici pollici virgola quattro.

Superata la fase dell'oggetto unico e definitivo, a quanto pare. Dopo il fallimento del telefono in miniatura, tanto comodo quanto scomodo, e quello del telefono grosso quanto un palmo, funzionale e impossibile da infilare il tasca. Tutto ritorna ad avere una sola funzione, perche' ora la qualita' conta. Anche troppo.
Vedo migliaia di reflex. Che in un'economia di spazio bagaglio costituisce una percentuale importante. Reflex magari usate in automatico, il che tecnicamente costituisce un ossimoro. Ma questa e' un'altra storia.

Mi stupisco spesso dei bagagli delle persone. Credo che la regola universale dovrebbe essere riuscire a sollevare il proprio zaino. Almeno questo. Ovviamente chi parte con il trolley appartiene a un'altra categoria e non dovrebbe cimentarsi ad uscire dal villaggio turistico all inclusive. 
E sono diventanto molto tollerante. Capisco gli zaini sovradimensionati, fino a un certo punto, pur rimanendo un purista della leggerezza. Insomma, sulla schiena ho un bagaglio da trentadue litri, che secondo le compagnie aeree e' un bagaglio a mano: grossa soddisfazione. E comunque alla partenza avevo cinquantasei oggetti, dico cinquantasei, compresa una gavetta, ovvero una tazza di metallo, che non e' proprio un bisogno primario. Quindi si puo' sforare a cinquanta, sessanta litri. Settanta. Oltre dovrebbe essere richiesto perlomeno un patentito, con tanto di certificato medico e prova cardiaca sotto sforzo.

Anche perche' il contenuto puo' cambiare, lungo il percorso. Ho lasciato un libro in Russia, uno in Mongolia, uno in Cina, lasciato in Vietnam quello comprato il Mongolia, messi nello zaino due comprati in Vietnam. Regalato una felpa, usato come straccio per la moto una maglietta, abbandonato un jeans, comprato un costume da bagno e un paio di ciabatte, ricevuto una canottiera omaggio per due drink. E ora lasciato un telefono, anche se involontariamente, in Laos. Altri cinque centimetri cubi di spazio libero.

sabato, maggio 10, 2014

L'onda

GIORNO 40, VANG VIENG, LAOS

Tante cose programmate sono destinate a saltare. Un po' perche' talvolta si sottovalutano le condizioni, o si crea un'aspettativa esagerata nei confronti di certi momenti. Ogni giorno, ogni periodo della vita, vive in funzione di un'attesa, di un evento programmato, di una contingenza. E, per quanto se ne possano valutare aspetti positivi e negativi, pro e contro, non si e' mai abbastanza vicini da far coincidere il pensiero con il reale.

E poi, a volte, le cose cambiano solo perche' si finisce per dare ascolto a una sensazione. All'istinto. O, come mi piace dire, per seguire l'onda.
Qualche nuovo amico si sposta a Vang Vieng. E' l'onda che si muove, e' quel trend immotivato che fara' di quella particolare citta' un posto migliore da vivere nei prossimi giorni. Poco importa che non sia nei programmi. Si va.
Ed ecco come si ritrovarono a rimirar il paesaggio dal picco di una montagna due italiani, un'olandese, un neozelandese, una tedesca, che neppure nella migliore delle barzellette. Tutti spinti da una sensazione, piu' che da un programma. Mossi da quell'onda silenziosa che rimbalza in quest'angolo di mondo.

venerdì, maggio 09, 2014

Bowling a Luang Prabang

GIORNO 39, LUANG PRABANG, LAOS


Ho visto cose meravigliose. E non intendo soltanto quelle cose che solitamente finiscono sulle cartoline.
Ho visto uno scooter che trasporta un frigorifero. Una ragazza in moto con l'ombrello, per ripararsi dal sole. Una griglia che cuoce pollo, pesce, banane, pane, lombrichi. Ma, soprattutto, ho visto decine di giovani viaggiatori, a chiusura locali, fare la coda per andare a giocare a bowling.

Le serate funzionano cosi', nella frizzante comunita' backpackers in giro per Luang Prabang. Si cena presto, quasi esclusivamente al clamoroso buffet vicino al mercato notturno, al prezzo competitivo di diecimila kip, che per decenza non vi converto in moneta europea. Italiani avvezzi agli aperitivi decisamente un passo avanti nell' applicare conoscenze architettoniche al riempimento sistematico di un piatto. 
Poi, si va all'Utopia, che e' il locale per eccellenza, un grande giardino con tavoli di bamboo, tappeti, un bancone ben fornito, vicino al fiume. Le bottiglie di Laobeer vengono lentamente accatastate in un angolo. Undici e trenta, tutti fuori, dove una schiera di tuk tuk al grido di 'bowling bowling' raccatta i giovani viaggiatori e li deposita pochi chilometri piu' in la in modo che possano trascorrere il tempo abbattendo birilli. Il bowling, in quanto circolo sportivo, gode di una sorta d'immunita' e a volte riesce a stare aperto anche fino all'una. Viva lo sport.

Alla fine un viaggio e' anche questo, tempo passato a divertirsi, con sconosciuti socievoli e comunicativi, in un'aria vacanziera. Il pomeriggio si nuota nelle cascate, si fa una partita a beach volley, ci si ritrova al bowling. Per il piacere di stare insieme, per ricordarsi che non e' importante solo camminare, scoprire e conoscere, ma anche prendersi del tempo per poterlo apprezzare.

mercoledì, maggio 07, 2014

Bollettino di bordo

GIORNO 37, LUANG PRABANG, LAOS

La giornata inizia alle quattro e trenta. Non solo la mia, da quanto posso appurare. C'e' uno spirito estremamente mattiniero, in Asia. Ci hanno consigliato di arrivare alle cinque alla stazione degli autobus, per essere certi di trovare posto su un mezzo che parte alle 7.30 alla volta di Luang Prabang, antica capitale del Laos. Autobus che, inutile dirlo, non sara' mai pieno.

Si cambia mezzo, per andare avanti. Le moto rimangono da un lato del confine, noi scivoliamo dall'altro. Mattino presto, stanchezza, controlli alla frontiera, una specie di nebbia nell'aria che nasconda alla vista il paese che ci attende. Come galleggiare nel vuoto. Solo di tanto in tanto dal finestrino si intravede un crepaccio di terra rossa, una ferita sul fianco della montagna verde, che riporta alla realta'. Monte, strada, ruote, saldamente aggrappati uno all'altro. Scritte in un nuovo alfabeto, l'unico indizio di una presenza umana, da qualche parte, oltre la nebbia. 

Perdersi, fatto. Nell'idea dovremmo andare a sud, ma occorre fare una lunga deviazione, sull'unica strada del nord. Il sole non dovrebbe essere li. Il muschio sugli alberi dovrebbe crescere sul lato perennemente all'ombra, ma pare non sia cosi'. Altra foresta, altre regole. Fidarsi ciecamente dell'autista. Che procede, con cura ed eleganza, schivando le innumerevoli buche del terreno. 
Poco dopo, o molto dopo, mi sveglio in un punto imprecisato della mappa. Dobbiamo cambiare autobus. Un'odioso bus con le cuccette, buon idea mal applicata, nel mio punto di vista. Viaggiare sdraiati, continuando a rotolare a ogni curva di una strada che e' solo curve, non sembra cosi' confortevole neppure per i laotiani. E poi, non si vede nulla. Una fetta di finestrino inquadra il bordo del manto stradale.

Certo, bello apprezzare qualsiasi cosa viaggiando. Forse solo un po' ripetitivo in questo caso. Dettagli come asfalto piu' chiaro del nostro, un po' meno fine e poco elastico. Terra rossa tinta unita, pietre scure di tanto in tanto. Le ore passano, in questa alternanza di terra, asfalto e polvere.
Meta raggiunta alle ore ventiquattro, vago stato confusionale.


martedì, maggio 06, 2014

A ogni costo

GIORNO 36, DIEN BIEN PHU, VIETNAM

Il viaggio raramente e' prevedibile. Si vive per sensazioni, intuito, si seguono consigli. E si finisce spesso per trovarsi in luoghi e situazioni inaspettate, che comunque costituiscono un aspetto decisamente affascinante dell'esperienza. 
Oggi primo tentativo di passare la frontiera. Un'ora a inerpicarsi sul fianco della montagna, tra paesaggi mozzafiato e foreste intricate, immaginando vista e colori dell'altro lato del passo, altra terra e altra lingua, versante differente di uno stesso crinale che ora fa sbuffare di fatica il motore nel silenzio irreale che lo circonda. Il Laos, pero', e' chiuso. Almeno per gli stranieri che arrivano con motociclette che, secondo la legge vietnamita, non potrebbero neppure possedere. 
Lo temevamo. Le voci si rincorrevano. Un attimo di pausa, uno sguardo a quello che e' solamente un confine immaginario, una convenzione tra due paesi che tracciano una linea sulla carta, e via. Giu', nella stessa valle, dallo stesso versante, incontro alla stessa citta'. Occorre tempo per pensare a un piano b.

Dien Bien Phu ci accoglie sessanta minuti dopo sconvolta da uno strano fermento. Traffico intenso. Musica. Bandiere. Un gruppo di militari a passeggio. Uno striscione che riporta la data di oggi, sessant'anni prima, sei maggio cinquantaquattro. Bello, essere nella condizione di non poter accedere alle informazioni. In Italia qualcuno avrebbe subito tirato fuori il telefono, lanciato google, e detto con voce distaccata velata di soddisfazione: "Eh certo, oggi e' l'anniversario di quella famosa battaglia contro i francesi, che poi e' stata anche l'inizio dell'indipendenza del Vietnam, insomma, un venticinque aprile ma asiatico. Che poi i vietnamiti sono tosti, perche' hanno portato i cannoni sulle colline a mano attraverso la giungla, e gli altri mica pensavano che si poteva fare". E io avrei commentato come mi piace fare spesso con "sciocchi francesi". 

Ma ora, tutto questo, non lo possiamo sapere, e salutiamo con sorriso ebete il passaggio della banda, attendendo la fine della parata di piazza. Dien Bien Phu, citta' simbolo dell'indipendenza, in occasione dei sessant'anni, ha in serbo molto di piu'. Insomma, una di quelle giornate alle quali e' bene arrendersi. Ore passate a cercare un posto dove dormire, senza successo. Ore passate in un bar agenzia di viaggi di cui abbiamo un contatto per cercare di vendere le moto, senza successo. Ore passate a seguire consigli, tipo aspettate qui ho un autobus che va in laos domani ah no non c'e' l'ho piu', vi ospito io stanotte ah no non vi ospito piu' pero' rimanete a cena ah no non ceniamo, andate in stazione a fare i biglietti, dopo, dopo, dopo, la stazione e' chiusa.
Alla fine, comunque vada, domani si passa la frontiera. A ogni costo.

domenica, maggio 04, 2014

Giro d'Italia

GIORNO 34, MU CANG CHAI, VIETNAM

Il Vietnam e' un paese incredibile. E te ne accorgi soprattutto attraversandolo passo passo, chilometro dopo chilometro, alla guida, vento in faccia. Oggi tappa di montagna. Lunghi tornanti, temperature che calano, vegetazione che si adatta all'altitudine. Terreni molto impegnativi, pendenze vertiginose e insediamenti che si fanno piu' radi, meno turistici.
I bambini ai lati delle strade salutano dicendo hello e agitandosi come per un incontro eccezionale. Gli adulti ti ospitano volentieri al riparo quando piove, ti offrono the, tutti sorridono. La felicita' media, in questo lato del mondo, e' sicuramente piu' alta, nonostante tutto. Si parla, un poco. Incontrata un' insegnante d'inglese di un paese che non riesco neppure a pronunciare. Un ragazzo che si esprime in francese con accento quasi provenzale, nonostante io non sappia com'e' l'accento della Provenza, ma che immagino un po' simile al ligure, se non altro per affinita' territoriale. Quindi un vietnamnita che parla francese con accento ligure.

Siamo spesso fermi. Vuoi per la bellezza dei paesaggi. Per la difficolta' di restare su una moto formato mignon. Per i guai meccanici. Le piogge improvvise. Si incontra tanta gente, si fanno un po' di chilometri, ci si ferma per il menu' del giorno. Il chilometraggio ne risente, ma ne guadagna il viaggio.

E poi, come capita nelle grandi tappe del giro d'Italia, dopo lo Stelvio o qualche passo alpino, si arriva in una valle verdeggiante e soleggiata, con un lungo stradone ornato di alberi a fusto, pianure che ondeggiano al vento e un paese operoso sorto sull'ansa del fiume.
Il Vietnam ha un che di Francia, Svizzera, appennino. Buttato nel sudest asiatico. Che ne fa un paese conosciuto ma da scoprire. Da girare, senza dubbio, in lungo e in largo. 

venerdì, maggio 02, 2014

Cocco

GIORNO 32, HALONG, VIETNAM

L'evoluzione umana ci ha portato, secolo dopo secolo, ad affinare competenze e espandere capacita', anche attraverso l'invenzione di utensili sempre piu' specifici ed efficaci. In un certo modo lo strumento ha portato a un'espandersi della parte liminale subumana, rendendo possibili azioni inaspettate.
Ora, poniamo un individuo a cui sono stati sottratti gli oggetti di uso comune alle prese con uno dei suoi nemici naturali: il cocco.

Halong, una delle spiagge piu' belle del mondo, con le sue duemila piccole isole a confodere la linea dell'orizzonte. Divisa d'ordinanza, costume, occhiali, ciabatte. Li, a guardare le onde placide bevendo con una cannuccia da una noce di cocco. Che, e' chiaro, e' il drink ufficiale della spiaggia.
Ma, finito l'aperitivo, il cocco si butta?! Non e' possibile! Occorre trovare un modo per aprirlo!

L'eterna sfida dell'uomo contro la natura. L'istinto di sopravvivenza che si ingegna per estrarre il cibo da quell'involucro apparentemente inespugnabile. 
Da bambini al mare usavamo un mattone del vialetto, e giu' a sassate. O lo chiudevamo in una busta e facendolo roteare lo lanciavamo stile bolas contro il muro, con spirito ninja. I piu' approssimativi usano un martello, qui e' tradizionale il machete. Io ho una cannuccia. 

Morale? Apprezzare gli sviluppi della tecnologia umana. Per il momento, ha vinto il cocco.

mercoledì, aprile 30, 2014

I diari della motocicletta

GIORNO 30, HANOI, VIETNAM

La citta' imborghesisce. Specialmente Hanoi, con il suo quartiere francese, le baguette agli angoli delle strade, i locali e la vita notturna. I tratti gentili dei suoi abitanti, i fiumi di viaggiatori che riscoprono un legame particolare con questa terra un po' europea e un po' asiatica.
Tempo di muoversi.

Abbiamo una moto. O, meglio, due. Non c'e' officina, laboratorio, negozio, ostello, che non abbiamo visitato. Perche' la citta', o almeno il centro storico, vive in buona parte su questo, vendere viaggi e servizi ai turisti, e motociclette per muoversi in modo spensierato per il paese. Ora, basta non confondere la nostra idea di moto con quella vietnamita. Si parla di modelli stile anni sessanta, tenuti insieme da abbondante nastro isolante e una buona spruzzata di vernice, con un ruggito paragonabile al Ciao dei tempi migliori. Centodieci cc, contachilometri finito a 99999 per la moto di Luca, 13 chilometri per la mia, che forse e' riuscita a ripartire dopo essere passata dal via. Bellissime, comunque.

E' come fare un tuffo nel passato, ai tempi in cui ci si metteve su due o quattro ruote su un mezzo potente come uno scooter e si girava l'Europa. Sulle strade che erano perlopiu' statali, appoggiate alla rinfusa sul paesaggio, e non noiose lingue di cemento senza una curva per ore e ore. E poi, questo Vietnam allungato nel sudest che ricorda l'Italia, con le montagne al nord e una lunga striscia di terra verso sud che sorride al mare.
Oggi ultimi accorgimenti: studiare le strade, trovare cinghie e telo per assicurare lo zaino, perdersi per Hanoi.
Poche ore a una nuova partenza.


lunedì, aprile 28, 2014

Trenta su trenta

GIORNO 28, HANOI, VIETNAM


Non si sa come, abbiamo guadagnato un'ora. Nuovi prodigi del fuso orario. Arrivo in Vietnam, Hanoi, poco prima dell'alba. 
Viaggio fin troppo semplice: nessuno che sgranocchia zampe di galline come nella precedente tratta. Nessun pasto solubile, che tuttavia mi sento di ringraziare per la sua economicita' ma che spero di salutare per sempre, dopo aver trovato un uovo marrone (forse di tek, o parquet) nell'ultimo entusiasmente noodle beef super explosion qualcosa. Frontiere facili, un'ora per lato, se non fosse per un addetto all'immigrazione che non mi riconosce sul passaporto. Sono bastate barba incolta, ciuffo anni ottanta, e una cicatrice che non ho piu' a far sorgere dei dubbi nel ligio operatore. Dubbi risolti con il confronto della foto diciottenne sulla patente, in cui sfoggio capelli lunghi una quarantina di centimetri e, se non ricordo male, una maglietta dei System of a down. 

Cuccette top class acquistate dall'Italia su un improbabile sito di Hong Kong ai fini dell'ottenimento del visto. Biglietti non falsi, evento piuttosto sorprendente. 
Vietnam conquistato, trentesimo stato in carriera in quasi trentanni di vita. Un sesto, un settimo, del mondo. 

Ritorno al turismo di massa, Hanoi invasa da turisti da ogni parte del mondo. Meta' viaggio raggiunta, finito il piano prestabilito, i lunghi spostamenti. D'ora in poi si vaga. Poco piu' di un migliaio di chilometri all'arrivo, da percorrere in tutta calma, scegliendo itinerari poco battuti. Insomma, un altro viaggio.
Che inizia da qui, dal numero trenta. Il Vietnam.


sabato, aprile 26, 2014

La citta' verde

GIORNO 26, NANNING, CINA

Se un giorno dovessi scrivere un libro di fantascienza, non mancherei di vivere per un periodo in Cina. Qui le citta' nascono dal nulla, spuntano dai campi dal giorno alla notte. Torri ordinate, grandi come paesi, si inseguono nella folle gara del calcestruzzo. Un moderno medioevo nel quale ogni famiglia, ogni centro abitato, afferma il proprio potere economico elevando mattone su mattone, piano su piano, un simbolo della propria prosperita'.

Nanning e' un piccolo avamposto del sud. La citta' verde, la chiamano. Due milioni e seicentomila abitanti, il che ne farebbe la prima o seconda citta' italiana. Ordinata, spaziosa, un susseguirsi di centri commerciali chiassosi e animati. 
Sono un po' cosi' le citta' dell'Asia. Fiumi di folla che si accalca tra un negozio di moda e un chiosco di spiedini, nella luce irreale di insegne al neon. Un clima dolce, avvolgente. Code nei fast food come nei parchi, in un continuo movimento che non conosce pause, giorno e notte. Ma la Cina ha evidentemente qualcosa in piu'. L'ambizione. L'ansia di supremazia. In grado di rendere tutto cosi' fuori misura, abbagliante. Una sfilata di status symbol che vogliono sottolineare la ricchezza crescente e il potere di un paese che reclama un posto di primo piano. 

La citta' verde, forse, non e' piu' cosi' verde. Ma continua, a suo modo, a splendere, ultimo avamposto della superpotenza dell'Oriente prima dei confini irregolari del sudest asiatico. Domani, Vietnam.


giovedì, aprile 24, 2014

Caligine

GIORNO 24, PECHINO, CHINA


"La caligine e' un fenomeno atmosferico caratterizzato da opacita' dell'atmosfera dovuta a un pulviscolo principalmente secco o fumo, causato da inquinamento o incendio."

Buongiorno, Pechino. Giornata di sole secondo il meteo, nascosto nella realta' da un'indistinta foschia che poco ha a che fare con le leggi della natura. Un disco pallido, una mezza via grigio arancio, guarda con timidezza la citta' che freme in un mattino di fine aprile. Eppure, scooter elettrici, piste ciclabili, vicoli silenziosi liberati dalla tirannia del motore a scoppio. Pedalando tra gli hutong si potrebbe pensare a una semplice giornata di nuvole, un momento di passeggera quiete e malinconia. Ma gli occhi, che bruciano e si fanno rossi, ricordano come questo inverno nucleare sia ormai un triste complemento d'arredo per la capitale cinese. E anche quando un soffio di vento riporta la citta’ pulita e soleggiata, basta fare pochi passi per imbattersi in un passante dal volto misterioso con mascherina chirurgica.
Tutto molto diverso, sotto questa luce. Ma ugualmente interessante. Scrutare i turisti perplessi che si domandano il perche' della discordanza tra previsione meteo e realta'. Guardare la citta' che ormai non ricorda neppure quando tutto cio' ha avuto inizio. Sembra casa, d'inverno, la nebbia leggera del primo mattino, condita di un caldo tropicale.

L'incanto del pensiero e' rotto all'improvviso dall'arrivo burrascoso di alcuni turisti italiani nel bar dell'ostello. Parola d'ordine, mimetizzarsi. Non condividere certi momenti, almeno non con i propri conterranei. si finirebbe a parlare immancabilmente di Milano, del nord, del sud, del sole, del come si sta bene, del come non ci si puo' vivere. Tutti discorsi che non hanno senso, a ottomila chilometri da casa.
Camaleontico. Mi presento come un argentino con parenti alle antille italiane. E via, nella caligine, in una nuova avventura pechinese.


mercoledì, aprile 23, 2014

Affinita'/divergenze

GIORNO 23, PECHINO, CHINA

Si dice spesso che i cinesi sono tutti uguali. Mentre in realta' sono immensamente diversi. Se non altro perche', essendo quasi due miliardi di persone, sarebbe statisticamente poco credibile. Poi perche' in un una terra cosi' vasta convivono etnie differenti. Ma, alla fin dei conti, quello che si usa come un luogo comune ha un fondo di verita'.
Succede infatti di sentirsi osservati. Essere europei, per strada, pare essere fonte di grande interesse. Troppo diversi, esseri curiosi, forse non ancora cosi' diffusi in un paese che solo da pochi anni e' spiccatamente filo occidentale. Foto fatte di nascosto con i telefoni, persone che ti salutano quasi fossi un volto celebre di una serie tv. Strano, dato che Pechino e' invasa dai turisti. Ma forse in numero tale da risultare irrelevante, una goccia in quei due miliardi.

Differenze oggettive tra il sottoscritto e il popolo asiatico: capelli, mossi invece che lisci. Altezza, maggiore rispetto alla media, molto utile nei luoghi affollati. Naso, lungo, interpretato come sintomo di bellezza. Occhi non allungati. Differenze trascurabili. Dato che ci si ritrova vestiti allo stesso modo, tra fiisicita' cosi' lontane l'una dall'altra, un assortimento di centinaia di volti, espressioni figlie di culture variegate. 

Certo molto lontani tra loro gli stereotipi: cinese che mangia scorpioni e serpenti (avvistati, ma a scopo d'intrattenimento turistico), europeo/americano che mangia al fast food. Cinese in bicicletta, europeo portato sul rickshaw da un ragazzino. Estremi che possono vivere nel caso isolato, ma si discostano dalla realta' dei fatti che come spesso capita si trova nel mezzo. Si incontra, mescolandosi e portando esempi opposti. 
Davvero difficile comprendere questo interesse per lo straniero. Cosi' simile a loro. Ma forse, a suo modo, divertente.


martedì, aprile 22, 2014

Avanti a destra

GIORNO 22, PECHINO, CHINA

Tramonto dall'altura di Jingshan Park, la citta' proibita placidamente distesa alla vista, i giardini in fiore. Immagini da cartolina, all'arrivo a Pechino. 
Una moderna babilonia di grattacieli e pagode, impreziosita dalla storia e dalla passione per la bellezza degli antichi imperatori. Lo spazio, leit motiv di una cultura millenaria, che torna anche nella citta' moderna. Caotica, ma con ordine. Eccessiva, ma in maniera composta.

Attraversata di notte in bicicletta, un'ora di pedali in direzione nord. Sconfinata, capace di sorprendere in continuazione. In giro, senza mappa, con un po' di buon senso e qualche indicazione. Sommaria, avanti e poi a destra. Pedali pedali pedali. Avanti e poi a destra. Prima circonvallazione, seconda, terza. Avanti e poi a destra. Da piazza Tienanmen fino alla zona universitaria, per un meeting di couchsurfing. Bello scoprire la citta' cosi', uscendo dalla parte turistica e lasciando sfilare ai lati infiniti alveari umani. Avanti e poi a destra. Ruote, strade, luci, sensazioni.

Parlato italiano inglese spagnolo francese. Discusso di Cina con i cinesi, di Messico con i messicani. Mangiato ravioli a chiusura locali. Conosciuti compatrioti che lavorano a Pechino. Presi ottimi consigli di viaggio. 
Potrebbe essere un modo splendido per viaggiare: giorno, camminata, metro, monumenti. Notte, persone, racconti, incontri. Perche' a volte vale piu' un'opinione di una fotografia, un pensiero che una prova. 
Ed e' questa forse la cosa piu' bella dell'essere un viaggiatore: avere storie da raccontare. E incontrare qualcuno disposto a scambiare le sue storie con le tue.



domenica, aprile 20, 2014

Prossima fermata Pechino

GIORNO 20, TRANSMONGOLICA, ULAANBATAAR - PECHINO

Trasferimento dalle steppe mongole alla terra di Cina. Di nuovo in treno, ambiente conosciuto, piacevole, trenta ore che volano per l'ansia di chiudere l'ultima tratta della transmongolica, il lungo viaggio da Mosca a Pechino. Neve, immancabile, all'uscita da Ulaanbataar. Grattacieli che si fanno man mano piu' lontani, come pezzetti di lego disordinati all'orizzonte. Accampamenti di gher, ammassate, propaggini della citta' disperatamente avvinghiate a un accenno di tradizione ma concupite dal moderno.

Eventi notabili: deserto del Gobi, un'infinita distesa di nulla nel nulla che tiene compagnia dall'ora di pranzo fino al mattino seguente. Serata festaiola sul vagone in un'improvvisata partnership mongolo italiano svizzero svedese, al grido di 'bajkal bajkal', la celebre vodka russa dell'omonimo lago. Referto: vodka bajkal batte vodka gengis khan, una piccola rivincita sovietica nei confronti del piu' grande conquistatore di tutti i tempi. Voci di corridoio riferiscono di aver udito i partecipanti intonare canzoni rap nella melodiosa lingua mongola, ma fortunatamente non sono pervenute registrazioni audio-video.

La Cina ci accoglie con colazione e pranzo gratuiti nel famoso e fino allora misterioso vagone ristorante. Poi, la grande muraglia vista dal grande finestrino. E splendidi scorci di gallerie, canyon, fiumi, montagne. E, finalmente, Pechino.


venerdì, aprile 18, 2014

The Gher experience: parte 2

GIORNO 18, KHARKHORIN, MONGOLIA

Trasferimento nella gher dei parenti, sempre con Attila e Gengis, gli adorabili bambini, al seguito. La mattina raccogliamo materiale per cosi' dire 'combustibile'. Il riscaldamento delle gher, in un paese nel quale non crescono alberi, avviene in un modo abbastanza fantasioso. Si bruciano gli scarti della digestione animale, ovvero... insomma, erba masticata, passata attraverso lo stomaco di un bovino, che torna alla luce sotto altra forma.
Attivita' edificante che ci da la conferma di essere benvoluti nella comunita' nomade.

Nel pomeriggio il ruolo affidatoci e' invece quello di cane pastore. Raduniamo duecento o trecento capre che se ne stanno liberamente pascolando per riportarle all'ovile, dimostrando anche una certa perizia, forse maturata in anni di giochi di strategia online.
Scendiamo allo shop a prendere un caffe', complice il brutto tempo fisso. Quattordici chilometri a piedi nei prati. E caffe', solubile, estremamente guadagnato. La sera passa tra tentativi di comunicazione e lotta tradizionale alla tv. Perche', anche se nel mezzo del nulla, la tv non puo' mancare.

Al mattino la famiglia al completo si presenta per portarci a Kharkhorin, l'antica capitale. Stesso furgoncino, tre posti, e noi, cinque adulti, due bambini, tre zaini, due sacchi a pelo. In due, all'apparenza italiani, finiscono nel cassone del furgoncino, seduti su un sacco di lana di capra, vestiti come esploratori artici dei primi anni venti. Nevica, un grado, e ottanta chilometri per l'antica capitale.

L'esperienza della dura vita nelle steppe mongole si puo' dire conclusa. Con grandi risultati e un conquistato rispetto.

giovedì, aprile 17, 2014

The Gher experience: parte 1

GIORNO 17, DA QUALCHE PARTE, MONGOLIA

Fare un resoconto degli ultimi due giorni, in questo caso, sarebbe piuttosto arduo. Mi limitero' a riepilogare, per sommi capi, gli accadimenti, lasciando al singolo lettore eventuali considerazioni.

I fatti: terza notte in una gher, ospiti di una famiglia, che il giorno seguente ci accompagna alla gher dei parenti. Passiamo li la quarta notte e il mattino seguente la famiglia torna per accompagnarci a Kharkhorin, antica capitale mongola e sede di un importante tempio buddhista per poi lasciarci alla stazione degli autobus per prendere la linea delle 11 per Ulaanbataar.

I fatti, in modo approfondito: terza notte, ospiti di una famiglia. La seconda gher, che presupponiamo per gli ospiti, e' stata destinata alle capre. Si dormira' tutti sotto lo stesso tetto. Poco male, penso io.
Presto appare evidente che i due bambini, da noi soprannominati Attila e Gengis Khan, non hanno alcun timore nel confronto degli stranieri ma, al contrario, un quantitativo illimitato di energia del quale usufruire. La madre, per stemperare la tensione, ci invita a un giro con il furgoncino per andare a trovare il marito giu' al pascolo. Tre posti anteriori, madre, Chako (nostro compagno d'avventura direttamente dalla Grande Mela), Luca, Attila, Gengis. Posto per il bagaglio, ovvero l'intercapedine tra i sedili anteriori e la lamiera, il sottoscritto e otto capretti, che trasferiamo per ragioni sconosciute.
Pochi belati dopo lo sterrato giunge al termine, attraversiamo una pietraia ed eccoci al pascolo. Il marito ci accoglie con gioia, scarica i bambini e i capretti e ci invita ad andare a prendere da bere. Espressione equivoca, come capiamo in pochi minuti. Andiamo a prendere l'acqua.

Centro della Mongolia. Due gradi, fissi. Quattro uomini intorno a un pozzo. Giu' il secchio con la corda, su il secchio con la corda. Riempiamo due taniche e un barile che poi trasportiamo con numerosi improperi lungo la strada scoscesa fino al furgone. E poi, secondo giro. Niente da annotare, a parte una certa difficolta' nel compiere esercizi ginnici, per il resto della giornata.


mercoledì, aprile 16, 2014

In the middle of nowhere

GIORNO 16, DA QUALCHE PARTE, MONGOLIA

L'alba regala un'amara sorpresa. La pioggia, scesa insistente nella notte, si e' trasformata in neve che per l'ennesima volta ci regala un paesaggio surreale. Ieri pomeriggio, a poche centinaia di metri, ho camminato sulle dune di una striscia di deserto, una propaggine del Gobi spintasi in modo ardimentoso fino a nord. Zone climatiche sovrapposte, qualcosa mi sfugge.

Comincio a pensare di aver equivocato le parole dei giorni precedenti, nelle quali si accennava a un 'trasporto in cammello'. Incredulo, oltre il limitare della gher, scorgo quattro placidi cammelli innevati. Paese che vai, usanze che trovi.
E quindi eccoci, di li a poco, seduti tra una gobba e l'altra, ondeggiare in quella terra sconfinata. Addosso due paia di pantaloni, due felpe, giacca, sciarpa, cuffia. Il vento della Mongolia non perdona, due gradi nell'aria, raffiche come schiaffi sul volto, terra, e neve, e sabbia chiazzata di bianco, e tutto intorno il nulla. Splendido, nulla. Sguardo che vola in ogni direzione senza trovare ostacoli, solo dolci chine di montagne troppo antiche per occludere la vista, chilometri e chilometri senza una pianta, un albero. Una terra ostile punteggiata soltanto qua e la da puntini bianchi, le gher e gli accampamenti di chi, nonostante tutto, ha deciso di restarci, nel nulla.