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lunedì, agosto 11, 2008

Quotidiana vita tibetana

Per fortuna che ci sono i giochi olimpici. Altrimenti non avrei mai saputo che il Taipei Cinese è diventato uno stato. Che poi non è vero, ma intanto sfila per conto suo, anche se la bandiera è quella con i cinque cerchi e poi il nome della nazione scritto con i trasferibili. Infatti c’è anche la Palestina, con stendardo ufficiale, e Hong Kong in vena di separatismo. Addirittura si presenta Timor Est, che poi lo sappiamo che non esiste, sicuramente è ancora in guerra ma tanto non interessa a nessuno.
Lo Zimbabwe c’è ma hanno chiesto la cortesia al presidente dittatore Mugabe di non presentarsi in modo da non mettere in imbarazzo tutti quanti. Myanmar presente, ulteriore prova che il mancato rispetto dei diritti umani non impedisce la partecipazione alla kermesse dell’anno.

A suo modo, sorprendentemente, c’è anche il Tibet. Grazie a un piccolo sotterfugio, un po’ kitsch e usato decisamente a sproposito, sfruttando l’impatto mediatico degli ultimi tempi. Quando parte la pubblicità si apre una scena californiana, fondale hollywoodiano. Primo piano di Richard Gere che lascia le impronte nel cemento della via delle star. Pochi secondi dopo, stesso zoom sulla faccia d’attore insieme ad un ragazzino vestito da monaco. I due lasciano le impronte nella neve, dietro di loro il palazzo di Lhasa e scene di quotidiana vita tibetana. Richard Gere sale le montagne dell’Himalaya, e le sale grazie a Lancia Delta. Il potere di essere differente.

sabato, luglio 26, 2008

In attesa di giudizio

Guida dei giochi per lo straniero. Tutto quello che avreste voluto sapere e nessuno vi ha mai raccontato. E' questo, a grandi linee, il titolo di un opuscolo che circola in questi giorni preolimpici a Pechino.
Un inno all'intolleranza, alla repressione, alla privazione della libertà. Un atto di coerenza, dopo tutto, da parte di uno dei regimi più contestati del mondo.
Che non perde occasione per ricordare che sono proibite azioni che minacciano l'unità nazionale, danneggiano l'ordine pubblico, turbano la stabilità sociale o incoraggiano il separatismo etnico. Quindi chi ha intenzione di parlare di Tibet o Birmania farebbe meglio a restarsene a casa. D'altronde forse ci resterà davvero: alle frontiere si presta ben attenzione a non far entrare semplici turisti che possano avere legato allo zaino il fazzoletto di Emergency, o che abbiano nel portafoglio un tesserino di qualche partito attivista. E le cifre crollano, solo centomila visitatori a fronte del milione previsto.
C'è poi il problema delle bandiere: è vietato sventolare quelle dei paesi non partecipanti, e in generale è vivamente sconsigliato portare con sè alcun genere di striscione o cartello. Immagino già la scena di un supporter sardo arrestato perchè sventola lo stendardo con i quattro mori, o le milizie contro la schiera degli italiani con scritto 'ciao mamma'.

Insomma, a conti fatti, le premesse per la sospirata apertura mentale della Cina al resto del mondo non sono le migliori. In attesa di giudizio non resta che alimentare la speranza, non tanto nascosta, che qualcosa stia stia per cambiare.