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domenica, aprile 28, 2013

Safari urbano

GIORNO 13, JAIPUR, RAJASTHAN

Jaipur, la citta' rosa. La capitale. Del Rajasthan, certo, ma pur sempre una capitale. Capace infatti di mettere insieme otto milioni di persone con il solito apparente ordine indiano.
E' su queste strade, fiancheggiate da banchetti di frutta e pollo alla diavola che Khan, spericolato autista di tuk tuk, entra di diritto nella top ten dei trasporti piu' pericolosi della mia vita. Credo anche in una posizione particolarmente alta. Un uomo capace di superare il carretto di un venditore di piatti sfruttando l'intercapedine creato dal muso tondeggiante dell'ape merita sicuramente questo onore.

Perche' in fondo il tuk tuk e' un'ape modificata al trasporto passeggeri. Spesso in modo un po' artigianale. E la soddisfazione di vedere la scritta 'piaggio' sul retro in qualche sperduto vicolo indiano non ha prezzo.
Tralaltro nella stessa top ten figurava gia' un'altra ape, a dimostrare forse la mancanza di feeling tra me stesso e il simpatico veicolo a tre ruote. E poi ci sono una macchinetta da campo da golf, un autobus sulla strada della morte, una barchetta a vela... credo mi manchi giusto un biplano della prima guerra mondiale per poter completare degnamente la classifica.

In compenso grande spolvero di mezzi di trasporto tra le strade di Jaipur: il rickshaw, ovvero la bicicletta con il rimorchio passeggeri, che nell'immaginario collettivo e' guidato da un bambino secco sovrastato da due turisti grassi. Questa volta pero' nella versione a motore, con un 'ciao' a sostituire la bici con grande soddisfazione del suo proprietario, che si atteggia di fronte ai passanti stupiti. A seguire, il dromedario, che sgroppa lungo l'itinerario dello shopping con il suo carico di giovani viaggiatori stranieri. 
E, colpo di scena, l'elefante. Dipinto a festa, con baldacchino, una piazza e mezza. Dall'alto giunge la voce del cacciatore tamil che lo guida, alla ricerca non tanto di un pasto per la sera quanto di un turista sprovveduto a qual rifilare un bel safari urbano.

sabato, aprile 27, 2013

Prospettiva

GIORNO 12, AJMER, RAJASTHAN

Seduto a terra di fronte a un ingresso secondario della stazione di Ajmer lascio che il mondo mi scorra accanto. Va detto che Ajmer e' una delle citta' sacre del mondo islamico. Nonche' passaggio obbligato per Pushkar, citta' sacra del mondo indu'. Quindi l'umanita' che riversa per le strade e' decisamente una mescolanza inconsueta.

Tutto e' molto colorato. Gli uomini hanno dei pantaloni decisamente eleganti. Mi sembrano tutti leggermente piu' alti di quanto siano in realta'. Scarpe consumate, sandali, piedi nudi ed anelli, caviglie dipinte.
Passo quasi inosservato; ho capito che i miei capelli sono un dilemma da queste parti. Non si addicono a una star di bollywood, a un asceta, o a un autista di tuk tuk. Talvolta e' come se fossi fuori luogo. Il turismo sembra funzionare a compartimenti stagni: nessuno si sorprende per un grasso turista nordamericano con due litri di pepsi sui gradini della moschea, ma un italiano seduto a terra nel formicaio umano ferroviario desta preoccupazione.

Due persone mi guardano scrivere. Con una curiosita' inaspettata, forse per il mio corsivo lontano dall'inglese stampatello che appare nelle noiose ore complementari scolastiche. Mostro anche l'Italia su una cartina che mostra i vari fuso orario. C'e' una specie di nuova armonia con quello che mi sta intorno. E, soprattutto, incrocio persone che sono ancora capaci di sorridere per strada per un incontro inconsueto.

giovedì, aprile 25, 2013

Quiete

GIORNO 10, UDAIPUR, RAJASHTAN

Molti gli interrogativi da sollevare oggi. Giornata difficile, bisogno di quiete, difficile da trovare in un vortice di clacson, moto motorini e similari che ti sfiorano, mucche che pascolano agli angoli delle strade, voci che ti richiamano per offrirti l'imperdibile ennesima attrazione per turista. Venti ore passate disteso a letto, con quale rara apparizione sul terrazzo dell'hotel e frequenti allucinazioni sonore.

Alle quattro di mattina ho sentito la banda. Proprio quella delle majorettes e delle divise, con il ritmo scandito dalla grancassa e le sezioni di fiati affannati. L'averla rivista, dopo poche ore, guidata da due dromedari, non so se mi abbia consolato e convinto di una improvvisa forma di follia. 
Lasciato l'hotel, a spasso fino a sera inoltrata quando il treno in poco piu' di cinque ore mi catapultera' a Ajmer, alle 3.40 di mattina. E poi via, in tuk tuk, verso Pushkar.

Intanto ho capito tre cose che mi sfuggivano mentre ero in perfetta forma. Primo, puoi capire un paese dall'acqua. Un luogo dove non puoi bere dal rubinetto, dove vedi donne fare il bucato il laghi costellati da galassie di spazzatura galleggiante, e' un luogo che soffre, e si inabissa lentamente in problemi ormai insormontabili. 
Secondo, non esiste la quiete. L'idea di parco, aiuola, spazio verde, nel quale respirare, riposare, prendere una pausa, non e' un concetto che puo' essere realta'. I rari spazi sono accessori, semplicemente decorativi, chiusi da pesanti cancelli o protetti da filo spinato. Fazzoletti di prato all'inglese che abbelliscono l'ingresso delle caserme militari.
Terzo, il mio non stare bene mi impedisce di apprezzare le cose. Sottolinea gli aspetti negativi e mi priva della predisposizione a cio' che e' differente.

Bisogno incessante di riprendere la retta via.

mercoledì, aprile 24, 2013

Rajashtan, parte prima

GIORNO 9, UDAIPUR, RAJASTHAN

Arrivato in Rajasthan, sette di mattina e un sole che annebbia la vista, le case color indaco di Udaipur. 
Dopo le ventiquattro ore di autobus per scendere dall'Himalaya a Delhi, dodici ore su un treno che sembra l'arca di Noe', l'ultima occasione utile per salvare l'umanita'. Venti, venticinque, trenta vagoni di donne colorate, uomini dal viso scavato, sacchi di riso. Una coppia di mucche, due capre, un paio di polli. Ignaro se fossero viaggiatori o cibo freschissimo per la traversata.

Stomaco a pezzi per l'esperimento culinario di ieri: abbandonare la dieta di basmati per passare a qualcosa di diverso. Una specie di insieme di verdure e strani condimenti, finito a forza: pessimo errore. Minuscole spezie sconosciute che mi tolgono la capacita' di camminare lucidamente, di pensare. Uno stato permanente di alterazione. D'accordo, c'e' chi pagherebbe per questo, ma quando si e' in giro per l'India con quaranta gradi fissi in testa non e' proprio lo stato ottimale.
Testa frullata dalla bocchetta dell'aria sul viso, tutta la notte. Insomma, grande stato di forma.

E il caldo, quello vero. E il turismo, quello finto, dei gruppi organizzati. E la citta', che si sveglia lentamente al suono dei tuk tuk.
Benvenuti a Udaipur.