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lunedì, maggio 07, 2007

Dizionario casalingo

Per un giorno ho parlato solo italiano e francese. Rapido incontro con i genitori del conquilino d’oltralpe, due parole con la milanese, giro turistico della città senza aprir bocca. A volte penso che si potrebbe vivere in Spagna anche senza sapere una parola di spagnolo.
Tralasciando il fatto che Valencia è piena di italiani, per essere nell’era della comunicazione abbiamo ben poche cose da dirci. E’ semplice, uscire, acquistare, divertirsi, capire. Andare a fare la spesa. Scaffali ordinati con immagini esplicative, banchi verdure contrassegnati da numeri. Una volta alla cassa rispondere ‘no’ in automatico a una qualsiasi frase della cassiera, che può porgervi solo due domande: se avete una tessera punti o se per caso non avete quei settantatre centesimi per evitare un resto complicato. Poi prendere un autobus, una metro. Con i loro schermi informativi, gli orari e i percorsi stampati chiaramente. Pagare una bolletta, è sempre questione di numeri, carte di credito. Guardare la televisione, leggere un giornale, ascoltare la radio, ora si può fare tranquillamente con un computer, e nella lingua preferita. Si può addirittura scrivere e parlare con gli amici a casa, lontani ma con il nostro stesso patrimonio di parole e modi di dire. E poi esistono tanti lavori nei quali non è richiesta alcuna brillante parlantina. Anzi, se non si parla meglio, si perde meno tempo.

Forse è per questo che tanti stranieri non parlano bene la lingua del paese in cui vivono. Perchè se un italiano vive con la sua famiglia italiana e non ha una grande voglia di parlare con la cassiera, il panettiere, il vigile, il meccanico, non sono certo quest’ultimi che insistono sulla conversazione. Così come accade a un cinese in Italia o a un marocchino in Francia. Fatti, non parole. Fino alle estreme conseguenze.

sabato, febbraio 24, 2007

Lavori socialmente inutili

Ho fatto il mio primo colloquio di lavoro. Le faremo sapere.
Detto così sembra semplice. Invece è stata una vera e propria battaglia.
Saremo stati trenta candidati. Per un posto solo, si intende. Tanti italiani, stranieri, anche spagnoli. Un lavoro di quelli supersfruttati, sottopagati, nel quale mi spiegano è previsto anche un bel turno notturno dall’una alle nove di mattina. D’altronde non si può pretendere tanto, nell’era della comunicazione, dei giri di parole, delle metafore, non parlare perfettamente la lingua è un bello svantaggio. Che poi ora non parlo neanche più tanto male, mi faccio capire. In questi giorni ho anche scoperto l’uso dei tempi passati, come nel caro vecchio italiano. Certo non mi esprimo in impeccabile accento castigliano. Fatto sta che mi sono arrampicato sugli specchi nel colloquio e con gran colpo finale ho fatto notare che nel mio curriculum spicca una mia esperienza in Italia nello stesso identico impiego, tralaltro svolto anche per diversi mesi. Sono sicuro di essere l’unico a conoscere già tutto del settore, a ricordare procedure, passaggi, accorgimenti. Chissà se nell’anima del selezionatore prevarrà lo spirito patriottico o l’effettiva conoscenza del lavoro.
Poi a pensarci bene ho deciso che se anche mi richiamano gli dirò di no. Perchè mi chiedono due settimane con orari assurdi, e fino a qui andrebbe pure bene, ma proprio nel periodo de Las Fallas, ovvero la più grande festa di Spagna, gente in giro tutta la notte, spettacoli, fuochi, parate.
Ho pensato che non ne vale la pena. Ancora un paio di mesi di inattività me li posso concedere. Altrimenti rischio di perdermi le mirabolanti sfide a calcio con un limone come la notte scorsa, in plaza de la virgen. O l’attesissima finale del campionato di pelota, domani mattina. O ancora la festa che sta per iniziare in questo sabato sera valenciano.
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