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lunedì, maggio 14, 2007

L'auberge espagnole

Ho come l’impressione di un cambiamento nell’aria. Forse gente che va, gente che viene. Perchè sta arrivando chi si farà qua l’estate, per lavorare, stare un po’ al mare, imparare lo spagnolo. In fondo nei prossimi mesi dicono che passeranno di qui qualcosa come sei milioni di turisti. Intanto chi è qui per studiare inizia a completare progetti, preparare esami. Si ha tutti un po’ meno l’intenzione di stare in aula e in biblioteca e un po’ più la necessità di starci.
Fatto sta che venerdì sera festa in spiaggia, ancora freddo nell’aria ma sabbia che scotta. Cinque spagnoli, tre francesi, un’americana, novantotto italiani. Sabato festa in appartamento, qualche tedesco in più ma italiani che spuntano da ogni angolo. Penso sia perchè gli italiani non si tirano mai indietro quando c’è da divertirsi. E non è detto in senso negativo. Si può benissimo studiare, lavorare, imparare, progettare di giorno, senza lasciarsi però assorbire da tutto questo. Senza essere il proprio lavoro, senza tagliare tutto il resto, anche con un esame che incombe. Cosa che uno svedese o un giapponese penso non farà mai. Per via di una mentalità che apprezzo ma non condivido; o meglio, non in assoluto. Non tutta la vita, non in ogni occasione, in ogni istante.

Così il mio appartamento spagnolo (o il mio auberge espagnole, che fa più fascino), la mia vita spagnola, è sempre più bianca rossa verde. Che poi “auberge espagnole” è il titolo di un film che parla di un ragazzo che va in erasmus in Spagna con tutti i luoghi comuni che ne seguono, con la danese che mangia solo biscotti al burro, col tedesco e le lattine di birra, con l’italiano uè uè. E me lo devo vedere. Per dare un tocco internazionale a questa Little Italy.

lunedì, maggio 07, 2007

Dizionario casalingo

Per un giorno ho parlato solo italiano e francese. Rapido incontro con i genitori del conquilino d’oltralpe, due parole con la milanese, giro turistico della città senza aprir bocca. A volte penso che si potrebbe vivere in Spagna anche senza sapere una parola di spagnolo.
Tralasciando il fatto che Valencia è piena di italiani, per essere nell’era della comunicazione abbiamo ben poche cose da dirci. E’ semplice, uscire, acquistare, divertirsi, capire. Andare a fare la spesa. Scaffali ordinati con immagini esplicative, banchi verdure contrassegnati da numeri. Una volta alla cassa rispondere ‘no’ in automatico a una qualsiasi frase della cassiera, che può porgervi solo due domande: se avete una tessera punti o se per caso non avete quei settantatre centesimi per evitare un resto complicato. Poi prendere un autobus, una metro. Con i loro schermi informativi, gli orari e i percorsi stampati chiaramente. Pagare una bolletta, è sempre questione di numeri, carte di credito. Guardare la televisione, leggere un giornale, ascoltare la radio, ora si può fare tranquillamente con un computer, e nella lingua preferita. Si può addirittura scrivere e parlare con gli amici a casa, lontani ma con il nostro stesso patrimonio di parole e modi di dire. E poi esistono tanti lavori nei quali non è richiesta alcuna brillante parlantina. Anzi, se non si parla meglio, si perde meno tempo.

Forse è per questo che tanti stranieri non parlano bene la lingua del paese in cui vivono. Perchè se un italiano vive con la sua famiglia italiana e non ha una grande voglia di parlare con la cassiera, il panettiere, il vigile, il meccanico, non sono certo quest’ultimi che insistono sulla conversazione. Così come accade a un cinese in Italia o a un marocchino in Francia. Fatti, non parole. Fino alle estreme conseguenze.

sabato, aprile 21, 2007

Fiducia da strada

Premessa, sono di nuovo in Italia. Durante la consueta rapida escursione a Bologna mi è capitato di incontrare due turisti giapponesi. Marito e moglie credo. Niente di strano, la città è piena di turisti. Macchine fotografiche, cappellino alla pescatora, scarpe da trekking, guida tascabile e mappa della città. Un po’ persi, disorientati, li sento discutere e nonostante il mio giapponese sia un po’ arrugginito capisco che non sanno dove si trovano. Sfodero il mio miglior inglese e chiedo gentilmente se hanno bisogno d’aiuto. Subito si spostano, mi guardano storto, usano la cartina come scudo. Pensano che io sia la classica guida abusiva, uno di quei personaggi che si mostrano carini e disponibili e poi ti chiedono venti euro per averti detto ‘per il centro sempre dritto’. Una sorta di Totò truffatore che vuole vendergli la fontana di Trevi.

Penso che non c’è più fiducia nel prossimo. Forse a ragione, di questi tempi è difficile pensare alle cose semplici. Come che un passante voglia aiutarti senza guadagnarci qualcosa. Penso anche che i luoghi comuni si radicano sempre di più nelle nostre menti. Che in fondo le dicerie, le generalizzazioni, sono le vere caratteristiche di un popolo. Mi hanno detto che i norvegesi sono freddi e scostanti. Che gli italiani all’estero si fanno riconoscere perchè parlano sempre con ragazze e urlano per le strade. Che gli inglesi al pomeriggio bevono tè. Ho visto giapponesi e tecnologia, tedeschi e birra, spagnoli e paella, brasiliani e calcio. Tutto diventa sempre più squadrato, omologato. Copia di una copia.

Post Scriptum. A Valencia intanto, dopo quattro giorni di bonaccia, torna il vento e parte l’America’s Cup. Mascalzone Latino compie l’impresa e batte i neozelandesi. Luna Rossa vince facile. E per questa volta devo accontentarmi di festeggiare davanti alla tv.
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mercoledì, aprile 18, 2007

Mille più uno virgola otto

Mille contatti. A tanto è arrivato questo piccolo blog in poco più di due mesi di vita. Che poi i visitatori cosìddetti “unici” sono più o meno trecento. Ovvero ognuno ha aperto la pagina e poi se la è letta tre volte. Magari ha solo guardato le figure. Magari ha cambiato subito, per sbaglio, per volontà, per disinteresse. Restando nel tempo perfetto degli 1,8 secondi. Questo il tempo di visualizzazione medio di una pagina web, a detta di studiosi di comunicazione.
In un informazione che si fa caotica, rapida, nella quale i tempi di caricamento sono azzerati così come quelli di consultazione. Si dice sempre che l’Italia vanta più scrittori che lettori, che il fenomeno blog affascina intere generazioni improvvisamente bisognose di parlare della propria vita al mondo. Di fatti banali ma anche di riflessioni profonde, di semplici racconti o di complesse spiegazioni. “Settantuno milioni di blog. Alcuni di essi devono essere buoni”. Così recita un popolare sito di bloggers.

Certo non ho la pretesa di considerare buono o letterario ciò che scrivo. Sono soltanto le parole di un viaggio, delle impressioni colte giorno per giorno. Un diario che sfoglio per ricordare momenti, persone, esperienze. Ma resta pur sempre il piacere di incontrare qualcuno lungo la strada che si fermi ad ascoltare ciò che hai da raccontargli.

sabato, marzo 03, 2007

Ragazzi di vita

L’identità nazionale a volte è fortissima. In Italia sicuramente, visto che quando si esce dai confini dello stato non si smette mai di parlarne. Si raccontano leggende sul fatto che tutto sia più bello, migliore, perfetto. D’altronde abbiamo inventato pizza e spaghetti, e con questo ci giustifichiamo quando non rendiamo merito a culture millenarie e sconosciute. Italians do it better.
Quando parlano spagnolo gli italiani non ci mettono neanche un briciolo d’impegno. Tanto si fanno capire ugualmente. Verbi coniugati all’infinito, parole in dialetto, pronuncia così come viene. Certo ci sono anche quelli che si applicano, studiano, è solo questione di tempo.
Ma una linea generale di supponenza ci precede sempre. L’Italiano suscita simpatia, ma sotto sotto viene considerato un po’ sbruffone, un po’ tonto (in spagnolo rende bene l’idea). Quello che arriva, punta la prima ragazza, poi vede rotolare un pallone per terra e gli corre dietro.

Per la cronaca ho conosciuto il primo siciliano che parla spagnolo perfettamente. E il primo valenciano che parla toscano. E la prima ragazza finlandese che picchia un ragazzo. Può sembrare strano, ma è proprio così. Notte, chiusura di un locale, gente ubriaca. La bionda fanciulla, che si sentiva presa in giro, ha afferrato il giovanotto per il collo e lo ha sbattuto a terra. Con conseguente rabbia omicida di quest’ultimo ferito nell’onore. Ho così pensato di adottare la solita tattica: passare in mezzo, dire una frase stupida tipo “un carabiniere entra in un caffè, splash”. Di solito i lottatori rimangono molto stupiti e quell’attimo fa sbollire la rabbia. Almeno, se poi si picchiano, lo fanno con meno convinzione. Questa volta invece sono rimasto bloccato tra i due. Da una parte lo spagnolo, che secondo me pensava più o meno: “una ragazza non la picchio, però faccio il gesto forte tanto c’è questo qua che mi ferma”. Dall’altra la finlandese: “io quello lo ammazzo, tanto c’è questo qua che me lo tiene fermo”. Pochi feriti, qualche contuso, tifo da stadio. Una notte di ordinaria follia.
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lunedì, febbraio 19, 2007

Ich bin ein nudelfresser

Trovarsi in un paese straniero è un’esperienza particolare. Specialmente per chi in tanti anni ha letto, imparato, ascoltato migliaia di parole, splendide sfumature della lingua italiana. Sapere che esiste un termine giusto per ogni occasione, un’infinità di sinonimi, un modo di rendere i pensieri perfettamente con le parole adatte. E all’improvviso trovarsi in uno stato primitivo, sgrammaticati alla disperata ricerca di comprensione. Una sola parola per indicare dieci stati d’animo, dieci condizioni. Come se in Italia si potesse usare solo buono, bello, brutto.
Oggi sono incappato in una lezione di italiano. Non voluta, si intende. Ho capito però che la nostra lingua è davvero complessa per chi ci si avvicina, che far comprendere cose come “l’uso del nè” non è affatto semplice. E che abbiamo migliaia di parole che ad altre lingue mancano. Farne di cotte e di crude, in spagnolo diventa “fare di tutto”. Dirne di tutti i colori, “dire di tutto”.
Quindi si impara una nuova lingua ma si rivaluta la propria, incontrando poi anche altri linguaggi da tutto il mondo.

Scopro così che per i tedeschi noi siamo “nudelfresser”. Così ci chiamano. Persone che mangiano tanta pasta, tradotto al volo. Che poi non è neanche tanto un luogo comune. Anzi, è proprio vero.
I pranzi saltati mi portano ormai a cena verso la quota olimpica dei 400 grammi. Di makkeroni, che poi visti da vicino io li chiamerei mezze penne rigate. Spaghetti, tallarin (tagliolini credo) e makkeroni. Sembra che anche in cucina il dizionario non sia tanto ricco.
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