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martedì, aprile 01, 2008

Fine delle danze

Ho chiuso il mio rapporto con l’università. In una splendida giornata, con alcune delle persone con le quali ho diviso bei momenti, con la famiglia. Con un certo tono istituzionale che mi fa parlare come se fossi a una conferenza, strette di mano, e foglie d’alloro in testa. Ho messo pure una cravatta che fa molto evento, un completo gessato, scarpe nere e lucide. Ho raggiunto una prima tappa che vuole essere solo il prologo dovuto di ciò che succederà.

Per dovere di cronaca devo aggiungere che mi hanno fatto girare ore per Bologna vestito da pagliaccio. Un bambino mi ha chiesto un palloncino, qualcuno ha fatto il simpaticone, altri si sono complimentati. Un gruppo di irlandesi in vacanza ha voluto una foto con me.
Ho sentito addosso gli sguardi di tutti, ma non mi ha dato fastidio. In fondo mi sento proprio così, un po’ buffone e disimpegnato, con la voglia di calamitare l’attenzione del pubblico, dello spettatore, del lettore. Con un bagaglio di progetti che da oggi possono essere un po’ più vicini alla realtà.

giovedì, febbraio 14, 2008

Allegoria del malgoverno

Un buon governo nasce da buoni cittadini. Non esiste nessun governo, buono o cattivo, con la facoltà di cambiare la situazione se il popolo è indifferente. Bisogna prima di tutto formare buoni cittadini, che saranno poi buoni politici. O buoni pizzaioli, ingenieri, uomini d’affari.
Gandhi in fondo ha rivoluzionato il mondo perchè aveva davanti a sè buoni cittadini, legati alla propria terra, uniti in qualche modo dalla propria religione, indù o mussulmana che fosse. Io mi chiedo: dove sono gli italiani? Persi, insoddisfatti, diseducati ad interessarsi di ciò che li circonda. E' inaccettabile che uno stato non investa in istruzione, formazione, nel rendere tutti più consapevoli. Io voglio parlare in questa piazza per ascoltare, imparare, da ciascuno di voi. Io non sono nessuno. Ma vivo dell’aria che respiro, dei libri che leggo, della gente che incontro.
Così ha parlato uno dei personaggi più caratteristici di Bologna, proprio questa mattina, in piazza. E come dargli torto. Non so chi sia, cosa faccia nella vita. So solo che ogni tanto lo trovo per le strade, in piedi su uno sgabello, a colloquiare con la folla che lo circonda. Cuffietta in testa e occhialini, voce limpida e la sicurezza di un attore consumato. Forse è un professore, forse un folle. Capace come un folle di dire soltanto la verità.

sabato, febbraio 09, 2008

Una poltrona per due (ruote)

Bologna si presenta cosi’. Liberale, alternativa, sulla facciata. Nervosa, irrequieta, se si cammina tra la gente. Tutti in guardia, sospettosi. Preoccupati per la crescente delinquenza, per l’immigrazione in costante aumento, per la perdita di controllo delle autorita’. Non ci si deve stupire allora se nasce un concorso per sensibilizzare la popolazione sulla tratta delle biciclette. Strappate ai loro legittimi proprietari, maltrattate, svendute agli angoli delle strade. Ognuno in cuor suo sa che passeggiando su e giu’ per via Zamboni l’occasione di portarsi a casa una due ruote e’ sempre li’ a portata di mano. Poi magari e’ anche la stessa bicicletta che ti avevano rubato sotto casa un paio di giorni prima. E in fondo tutti sappiamo che facendo cosi’ si alimenta il mercato nero, ma nessuno ha il coraggio di smettere. E il folklore continua, di citta’ in citta’, ruote viste di sfuggita, sellini in penombra, i prezzi bassi che non dispiacciono a nessuno.
Anche se un’altra strada era stata trovata: il mercatino dell’usato, che si tiene a periodi alterni, ma che non esercita lo stesso fascino. E soprattutto non ti porta la merce a due passi da casa. Ma, d’altro canto, non te la porta neppure via.
Ma la vera notizia bomba che scuote la quiete bolognese e’ la candidatura a sindaco di Beppe Maniglia. Per chi non lo conoscesse vi basti sapere che gira con un giubbotto di pelle e suona in piazza la chitarra elettrica, ovviamente quando non si trova in giro per l’Italia con il suo sidecar. E questo meriterebbe non un commento, ma un blog intero. Idee chiare, schiette, sincere. Un grande programma elettorale. Un esempio su tutti: troppi immigrati lavavetri ai semafori? Togliamo i semafori. Questa e’ vera politica.

domenica, dicembre 16, 2007

Lenzuola bianche sotto la neve

Ti svegli una domenica mattina e trovi fiocchi di neve che scendono leggeri, piano piano, proprio sulle lenzuola lavate e stese il giorno prima. L’aria gelida, il cielo livido, e una spolverata di bianco a chiazze sui tetti delle case. Ma i panni stesi fuori dal balcone si scoprono miracolosamente asciutti quando si soffia via un centimetro di cristalli di ghiaccio. Certo, asciutti. Ma ad una temperatura che oscilla intorno ai zero gradi, se non ricordo male.
La città è ferma, non tanto per la neve quanto per la mattina di festa che già preannuncia il Natale. Oggi pomeriggio i negozi saranno intasati, le vie piene di luci, i banchetti di caramelle e castagne tirati a lucido. Alle dieci del mattino, girando per le vie senza metà, si scopre invece l’altra popolazione. Quella che fa sembrare Bologna una città di frontiera, punto di incontro di carovane e culture.
In piazza c’è il mercato straordinario, tutte le domeniche questo mese. Cinesi e pakistani a perdita d’occhio. A quanto pare per i commercianti bolognesi il rituale del pranzo festivo a base di tortellini è irrinunciabile, e il freddo polare ha certo dato una mano. Vicino all’autostazione c’è un pulmino che scarica pacchi e lettere. E’ il corriere rumeno, l’uomo che una volta alla settimana fa Bucarest andata e ritorno e tiene i contatti con le famiglie lontane. Padri e madri che lavorano in Italia spediscono alle famiglie in Romania soldi, abiti, giocattoli, e ne hanno indietro foto, messaggi, a volte pure qualche visita. Al semaforo di fronte un omino distribuisce con poco successo volantini del Circo di Mosca (italianissimo il circo, non l’omino).
A volte è proprio quando la città dorme che si può scoprirne gli aspetti più interessanti.

mercoledì, dicembre 12, 2007

Corri, Forrest!

Notiziario straordinario. Sono trascorse solo poche ore da quando ho scritto contro un sistema di autobus e controlli che non mi convice per niente, e subito l’azienda di trasporti bolognese ha reagito con rabbia.

Luogo dello scontro il 27b, quello che a mezzanotte e un quarto scivola lungo via indipendenza per riportare a casa i giovanotti con la testa sulle spalle che pensano già alla giornata ricca di impegni che li attende il mattino seguente. Tre controllori, armati di blocchetto delle multe, salgono con arroganza sul mezzo. Niente giacche blu, solo tesserino di riconoscimento plastificato e volto inespressivo. E’ un colpo basso, sono consapevoli del fatto che a quell’orario è pressochè impossibile che qualcuno abbia fatto il biglietto. L’intero autobus è messo sotto sequestro, i pochi passeggeri si preparano a fornire documenti, la corsa continua. Qualcuno restio rifiuta di consegnarsi al nemico. Non è permesso scendere, a nessuno. Spiego le mie ragioni, non ottengo risposta, minacciano di chiamare le forze dell’ordine. Tutti i malcapitati si stringono in un cerchio di solidarietà, si da la colpa alle macchinette che non funzionano. Nessun risultato.

Intanto l’autista continua il suo lavoro, raggiunge una fermata, apre la porta in fondo per permettere alle persone di salire. Basta un attimo di distrazione del controllore e con uno scatto fulmineo percorro i pochi metri che mi separano dalla libertà.

Un attimo prima che la porta si richiuda salto gli scalini e mi perdo correndo nella notte.

lunedì, ottobre 29, 2007

Occhi di straniero

Un altro giorno scorre placido qui a Chinatown. Si, perchè quello che forse non ho detto è che abito nel quartiere cinese. Il che non stupisce: ormai ogni città ha il suo, di conseguenza anche Bologna si è adeguata. Regime di monopolio, negozi colonizzati, carichi scarichi e marciapiedi ingombri, tecnologia. Gente tranquilla, volti ogni giorno diversi o forse tutti uguali. Perchè la nostra scarsa abitudine alla fisionomia orientale non aiuta a distinguere, e sotto sotto nessuno sa bene in quanti vivano qui. Il primo fatto che colpisce è l’attaccamento al lavoro. Si capisce subito. Il misterioso negozio di stoffe senza clienti non chiude mai, sette giorni la settimana per quattordici ore. Internet point disponibile fino a tardi, con tanto di ritrovo della gioventù cinese per giochi di ruolo on line.
Il secondo momento che desta un certo interesse è la rituale partita del weekend a basket. Avrò la testa piena di preconcetti ma non ho mai collegato un orientale a una palla di pallacanestro. Perchè sono tutti piccoli, tutti uguali, tranne uno gigantesco di nome Yao Ming che gioca pure nel campionato americano. Invece sembra una grande passione. Perlomeno per chi vive in questo quartiere e si sfida con inaspettato agonismo.
Sono contento. Riesco di nuovo a vedere una città con gli occhi di uno straniero. Niente di scontato, di già visto.

lunedì, ottobre 22, 2007

Fenomenologia canina

Eccomi qui. Mi guardo attorno, camera nuova, cuscini indiani, specchio, armadio, scrivania, addirittura un divano. E’ già una settimana che sono nel nuovo appartamento bolognese. Ancora senza connessione internet, confinato ai margini del mondo, lontano da blog, informazioni, contatti. Ma nel compenso la nuova sistemazione non ha deluso le attese: gente simpatica, ambiente interessante. Ancora rimane il dubbio su quante siano le persone che effettivamente vivono qui. Io ne ho contate sette. Anche se uno si tratta sicuramente di un ospite, con tanto di cane appresso. Sabato sera altri due ospiti in casa, altri due cani. Sembra la consuetudine; uomo trova uomo e cane trova cane. Un binomio uomo natura stupendo, se si escludono i primi momenti di tensione per chi come me non ha animali in casa e si sente tra i due fuochi di una lotta territoriale.
Inizio settimana a caccia di lavoro, esami che stanno per arrivare, freddo fuori controllo. Giro con blocco e penna in tasca, decine di numeri e indirizzi, impressioni dei momenti che vivo. Voglio iniziare a scrivere tutto quello che mi sta attorno. Domani vado a Roma per perdermi tra festival del cinema e il tanto atteso musical di Giulietta e Romeo; carta e penna alla mano, beninteso.

giovedì, ottobre 04, 2007

Quattro ottobre

Oggi è il quattro ottobre. Il giorno in cui si celebra San Francesco. Patrono d’Italia, fondatore dell’ordine mendicante che poi da lui prese il nome, iniziatore della tradizione letteraria italiana con il Cantico delle creature. La sua città d’origine, Assisi, è diventata un simbolo di pace, soprattutto dopo aver ospitato i due grandi incontri tra gli esponenti delle maggiori religioni del mondo, promossi da Giovanni Paolo II nel 1986 e nel 2002. Da quarantasei anni vi si svolge la famosa marcia della pace. La città è gemellata nientemeno che con Betlemme e Santiago de Compostela. E il suo patrono è ovviamente... san Rufino.

Ma ciò che mi stupisce maggiormente è che, mentre in tutta Italia oggi è il giorno di San Francesco, a Bologna no. Domani. Celebrazione spostata perchè il quattro ottobre è anche san Petronio, patrono della città. A me sembra un giorno come gli altri: eppure nella storia è uno di quei giorni che catalizza le attenzioni. Il Messico e il Portogallo diventano repubbliche (1824 e 1910), nasce il Belgio (1830), primo satellite nello spazio (Sputnik, 1957), introduzione del calendario gregoriano (1582).
Chissà, forse ogni istante nella storia è così pieno di avvenimenti. Resta il fatto che oggi Bologna non studia e non lavora, e il tempo sembra scorrere un po’ più lentamente.

venerdì, settembre 28, 2007

Cento passi

Forse ho trovato casa. Se così fosse in ventiquattro mesi mi sarei spostato di cento metri. Due anni fa abitavo da un lato del ponte, immenso, che sovrasta quel fiume di binari che sfocia dalla stazione centrale di Bologna. Ora potrei finire dalla parte opposta, cento passi più vicino al pulsante centro storico della città. Quarto piano, vista invidiabile su un incrocio di sette strade risolto in un elegante gioco di semafori e rotatorie, cinque minuti dalla via delle università. Tralaltro appartamento totalmente vuoto, cinque persone che se ne vanno contemporaneamente a metà mese. Lasciando una casa che rinasce in piena democrazia, dove nessun inquilino può vantare diritti sugli altri, tutti ultimi arrivati.

Una città che si riscopre malinconica in una giornata di pioggia, quando tutto nell’aria umida sembra scorrere lentamente. Lunghe camminate lungo i viali, ombrelli colorati, un paio di conversazioni in spagnolo a distanza di mesi con ragazzi di Madrid. Uniche scosse della mattinata un esame di storia del cinema affrontato con spavalderia da studente consumato e grandinata improvvisa che cristallizza per qualche minuto la fretta di chi passeggia per strada. E che permette di scoprire passo passo percorsi tra le infinite file di portici, vicoli e quartieri.

lunedì, settembre 24, 2007

Il mondo è piccolo

Il mondo è piccolo. Perchè un giorno puoi passeggiare per Bologna e incontrare un ragazzo di Macerata che studia a Venezia e che avevi conosciuto a Valencia. Cinque minuti dopo aver accompagnato una ragazza straniera che ti ha chiesto di aiutarla a trovare un ufficio e che casualmente proviene dall’unica città estera dove hai vissuto cinque mesi. Puoi anche tornare in luoghi che non vedevi da un anno e riscoprire tutte quelle semplici azioni che ti fanno sentire così cittadino. Camminare con noncuranza, attraversare col rosso, evitare chi dorme per terra, correre guardando l’orologio. Puoi girarti attorno e accorgerti di essere solo un puntino tra migliaia di persone. Un puntino che per l’ennesima volta, disperato, si lancia alla ricerca di una casa. Muovendosi come un segnale gps sulla cartina di Bologna.

Perchè, grande novità di questo inizio anno, la città si è digitalizzata. Ovvero qualcuno ha ben pensato di togliere tutti gli annunci d’affitto appesi nelle vie universitarie, in nome di una nuova politica di lotta al degrado. Ed ora internet rimane l’unica risorsa per trovare una camera libera.

sabato, aprile 21, 2007

Fiducia da strada

Premessa, sono di nuovo in Italia. Durante la consueta rapida escursione a Bologna mi è capitato di incontrare due turisti giapponesi. Marito e moglie credo. Niente di strano, la città è piena di turisti. Macchine fotografiche, cappellino alla pescatora, scarpe da trekking, guida tascabile e mappa della città. Un po’ persi, disorientati, li sento discutere e nonostante il mio giapponese sia un po’ arrugginito capisco che non sanno dove si trovano. Sfodero il mio miglior inglese e chiedo gentilmente se hanno bisogno d’aiuto. Subito si spostano, mi guardano storto, usano la cartina come scudo. Pensano che io sia la classica guida abusiva, uno di quei personaggi che si mostrano carini e disponibili e poi ti chiedono venti euro per averti detto ‘per il centro sempre dritto’. Una sorta di Totò truffatore che vuole vendergli la fontana di Trevi.

Penso che non c’è più fiducia nel prossimo. Forse a ragione, di questi tempi è difficile pensare alle cose semplici. Come che un passante voglia aiutarti senza guadagnarci qualcosa. Penso anche che i luoghi comuni si radicano sempre di più nelle nostre menti. Che in fondo le dicerie, le generalizzazioni, sono le vere caratteristiche di un popolo. Mi hanno detto che i norvegesi sono freddi e scostanti. Che gli italiani all’estero si fanno riconoscere perchè parlano sempre con ragazze e urlano per le strade. Che gli inglesi al pomeriggio bevono tè. Ho visto giapponesi e tecnologia, tedeschi e birra, spagnoli e paella, brasiliani e calcio. Tutto diventa sempre più squadrato, omologato. Copia di una copia.

Post Scriptum. A Valencia intanto, dopo quattro giorni di bonaccia, torna il vento e parte l’America’s Cup. Mascalzone Latino compie l’impresa e batte i neozelandesi. Luna Rossa vince facile. E per questa volta devo accontentarmi di festeggiare davanti alla tv.
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giovedì, marzo 29, 2007

Bologna radical chic

Amo le bancarelle tutto a un euro. E i negozi a novantanove centesimi, ottantacinque se si è fortunati. Mi sono perso nella fiera del libro che imperversa tra le strade di Bologna. Cultura per tutti, buttata qua e la, disordinata sotto pile di vecchie riviste, volumi di storia omaggio col giornale dei programmi tv. Lunghe file gialle di romanzi polizieschi, piatti colorati sulle copertine dell’enciclopedia della cucina, giusto accanto al Capitale di Marx, nei suoi pratici otto volumi.
Curiosi più che lettori che si assiepano ai lati dei banchi ingombri, sotto lo sguardo vigile di stanchi rivenditori. C’è chi si lancia sulle dispense d’arte, chi sul manuale di pronto soccorso. Uno scatolone di libri di Freud invenduti: stimato da tutti, letto da nessuno. Forse perchè non è mai bello sentirsi indagati, psicanalizzati. Accanto un’altra scatola, giardinaggio, agricoltura, astrologia.
Persone concitate che sfogliano e incartano volumi, con velocità sorprendente, forse contagiati da quell’interesse radical chic per i libri vissuti, per la cultura di seconda mano. O forse perchè vogliono riempire gli spazi vuoti nella libreria, da mostrare a uno bravo quando li viene a trovare. O forse perchè davvero li vogliono leggere.

Un volumetto lontano attira la mia attenzione, teatro di Ibsen, mai letto e appena sentito, da quanto mi ricordo un po’ psicotico e fissato con presenze inquietanti, fantasmi del passato che non si possono dimenticare. Un uomo che scrive in una terra fredda, Svezia o Norvegia. Non mi ricordo bene. Sicuramente un posto pieno di fiordi, un po’ desolato e angosciato, al di fuori del mondo come le storie che racconta. Un euro per un pezzo di letteratura, immortale. Forse da leggere e vivere, attraverso sensazioni che dalle pagine passano alla pelle, dalle lettere al respiro. O forse solo da portare via, mettere in libreria o sul comodino. In attesa. Se non altro per avere un piccolo pezzo di terra lontana nell’ambiente rassicurante della propria casa.
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