martedì, aprile 08, 2014

Level completed

GIORNO 8, TRANSIBERIANA, NEI PRESSI DI IRKUTSK, RUSSIA


‘Nessuno sapeva che ore fossero a bordo del treno’.  Ore 2.30 del mattino. Vengo svegliato dalla provodnitza, la rigorosa responsabile del vagone, per la colazione. Ora, quell’enigmatica frase letta pochi giorni prima, sembra assumere significato.

Il fatto e’ che un paese che copre un terzo del giro della Terra non puo’ avere sempre lo stesso fuso orario. Bene. Ma questo ovviamente causerebbe enormi incomprensioni su orari e appuntamenti.
Per questo in Russia tutti i treni viaggiano seguendo l’orario di Mosca. Dopodiche’, circa ogni mille chilometri, scatta come e’ giusto che sia un’ora di fuso orario. 
Ora, Mosca di trova in zona +4, ovvero tre ore avanti a Roma. Ma non avendo l’ora legale al momento e’ soltanto due ore avanti. Irkutsk e’ a +5 rispetto a Mosca, come indicato sulla porta del vagone, ovvero in utc +9, cioe’ +8 da Roma, quindi +7 in questo periodo. Il fatto curioso e’ che chi viaggia dalla Cina spesso mantiene l’ora di Pechino, che nonostante sia molto piu’ a est si trova un’ora indietro piuttosto che avanti rispetto a Irkutsk. Ora, qualcosa dev’essere andato storto. E infatti, al mio apparente risveglio delle 2.30, indicato come 7.30 locali, e’ completamente buio. I russi si sono fatti prendere da manie di grandezza e hanno decisamente esagerato con i fusi orario. Alle 8.30, davanti a una buona tazza di the’, apprezziamo la luce dell’alba e la periferia di Irkutsk. Ottantasettesima ora di transiberiana. Prima tratta, completata.

domenica, aprile 06, 2014

Tempo/spazio


GIORNO 6, TRANSIBERIANA, CINQUANTA ORE DOPO, RUSSIA

Viaggiare da il tempo di pensare. 
La guida che sfoglio di tanto in tanto sostiene che il terzo giorno di transiberiana potrebbe subentrare un certo senso di disorientamento. Non e’ del tutto vero, ma forse si’, in un certo modo. Il tempo rallenta. Ci si sorprende a considerare particolari trascurabili. Le ramificazioni delle betulle prima che si tramutino in doghe a basso costo ikea. Le macchie di Rorschach celate in chiazze di neve perfettamente speculari. Le gambe delle lettere in una pagina di libro, ordinate come reparti di un esercito grammaticale.

Passato Barabinsk e le venditrici di pesce secco. Ancora dubbio l’utilizzo, come cibo o elemento decorativo, del suddetto pesce. Passato il fiume Ob. Lasciata Novosibirsk con un pasto liofilizzato e una frittella di pure’. Nella notte il fuso orario passa a +4 da Mosca, portando la pausa pranzo alle 9.55. Intanto la notte scorre attraverso il finestrino. Difficile distinguere forme e colori. Non confermata, ma abbastanza probabile, la presenza di neve e betulle. Il treno piano piano prende sonno, con la sua piccola comunita’ di storie e movimento. Per svegliarsi, fra poche ore, qualche chilometro piu’ in la. Disorientato, certo. Ma con gli occhi pieni di nuovi affascinanti e trascurabili dettagli.

venerdì, aprile 04, 2014

Long way east

GIORNO 4, TRANSIBERIANA, VERSO EKATERINBURG, RUSSIA

Un treno di quindici, venti vagoni, scivola nella taiga russa. Un finestrino a nord, un finestrino a sud. Il convoglio corre, senza incertezze, verso est. Non ci si puo’ sbagliare. Da un lato alberi e neve, dall’altro pure. 
E nevica. Sottile sottile, soffice soffice, in una luce da perenne crepuscolo che confonde il confine tra cielo e terra. Smussa gli angoli, le forme, in infinite sfumature di bianco di un operoso pittore esistenzialista.

Nel vagone della platzkart, la terza classe, cinquanta soldatini assiepati nelle loro cuccette ingannano il tempo bevendo the e vodka, giocando a carte, leggendo, preparando la cena. E’ un vivere quotidiano, quello della transiberiana. E non potrebbe essere altrimenti, con giorni di rotaie da affrontare. All’ingresso del vagone la lista delle fermate farebbe impallidire il piu’ determinato dei viaggiatori. Abbiamo scelto di scendere a Irkutsk, nel cuore della Siberia, dove l’arrivo e’ previsto dopo ottantasette ore di viaggio. E cinquemilacento chilometri. 
Difficile comprendere la portata di certe distanze. Sdraiato in cuccetta, cullato dal treno. Valutando la complessita’ di un azione in relazione al tempo e allo spazio. O al movimento.  Quasi impossibile scrivere. Possibile iniziare a leggere Il signore degli anelli e finirlo prima di scendere. Poco probabile che la batteria di un lettore mp3 sia sufficiente per giungere a destinazione. Semplice, da quanto posso osservare, trasportare il fabbisogno alimentare di una famiglia per dodici pasti. Divertente comunicare. Con le parole di un vocabolario o con un lessico internazionale calcistico. E a gesti. Inventati, simbolici. Un lieto diversivo al lento scorrere delle ore nel vagone di terza classe.  

giovedì, aprile 03, 2014

Sovietismi

GIORNO 3, MOSCA, RUSSIA

Freddo costante. Un clima che si rispecchia negli sguardi, gelidi, dei moscoviti. Nei loro capelli che sono di un biondo chiaro, assente, che difficilmente ha incontrato i raggi di una giornata al mare. Difficile trovare qualcuno che parli inglese, aspetto sorprendente, dal mio punto di vista. 
Momenti sovietici vecchio stile, come la visita al corpo imbalsamato di Lenin. In Piazza Rossa, guardato a vista da guardie armate, in religioso silenzio. Un giro al Kgb, locale nostalgico, per bere una vodka. Visita all'armeria del Cremlino, con la sua storia che e' anche quella di popoli e razze che si incontrano nella vastita' di un impero che forse non conosce neppure i propri confini. 

Russi che sembrano asiatici. Occhi allungati, che non saprei attribuire a un cinese o piuttosto a un eschimese. Quattro chiacchere con Lara, che fa il suo turno di ventiquattro ore di lavoro in ostello, e viene dal sud dei monti Urali. Porta con se' un incontro di culture simbolo di un paese che non conosciamo. Una Russia che vediamo solo negli stereotipi.
Mosca e' una citta' cosmopolita, affascinata dall'Occidente ma ancora rigorosa e legata al proprio passato. Cuore di una landa sconfinata che si stende per migliaia di chilometri fino alla Cina. E oltre. 

Terra che domani finalmente andiamo a conoscere: si parte con la transiberiana, il leggendario treno che collega Mosca con l'Oriente, il tracciato piu' lungo del mondo. E, a questo punto, non so davvero cosa aspettarmi.

martedì, aprile 01, 2014

L'impero perduto


GIORNO 1, MOSCA, RUSSIA
 
A quanto pare la Russia vuole mostrare i denti fin dal principio. Una splendida bufera di neve ci accoglie all’uscita dell’aeroporto Mosca Domodedovo. Colbacchi imbiancati della polizia, un certo senso di straniamento, l’arrivo alle due e mezza di notte tramutate in quattro e mezza locali, ci convincono in pochi minuti a non tentare l’attraversamento della porta a vetri della zona arrivi. Si attende, il tempo non manca. Il viaggio e’ iniziato, ora l’importante e’ trovare la sintonía con questo paese. Capire l’attimo.

L’aeroporto e’ sempre un luogo interessante nel quale muoversi in cerca di indizi, di esperienze. L’ambiente finto familiare nel quale non ci si sente inopportuni a tentare lo scontro con la lingua russa. Con l’alfabeto cirillico. Uno spazio dove il tempo e’ sospeso e ogni ora e’ simile alle altre, con gente indaffarata in partenza, corpi mollemente adagiati sulle poltrone in attesa, sguardi persi sui tabelloni informativi. Riposare qualche ora, la soluzione giusta. Risveglio senza bufera. Incastrato tra i braccioli, due passi per riprendere la posizione home erectus e via, nell’aria pungente di quella primavera che inaspettatamente ha congelato il paesaggio. Una mezz’ora di treno circondato da alberi intirizziti e poi Mosca, una línea di forme contrastanti contro il cielo livido, grattacieli sinuosi, case appuntite, cupole dorate. E poi, sotto terra. Il labirinto barocco e sfarzoso della metro, le fermate con le vetrate colorate e le colonne di marmo, le decorazioni sovietiche in ottone, i ponti e le gallerie di una citta’ sotto la citta’ che risplende come la cattedrale di un impero perduto, nascosto al riparo nel sottosuolo. 

Se la prima impressione e' quella che conta, si puo' certo definire un ottimo inizio.


lunedì, marzo 31, 2014

Premessa #7

Premessa numero sette arriva a soli tredici post di distanza dalla numero sei. A poco meno di un anno. Bello tornare, ogni tanto.
Una media di un post al mese, con la tredicesima. Una sola impressione, un solo commento, una sola idea ogni trenta giorni. Strano da concepire. Nonostante il fluire continuo di eventi, persone, chilometri. Che scorrono, più per lavoro che per diletto. Una pallina da flipper su e giu per l'Italia. Cento, duecento, mille migliaia di metri, che a metterli uno dopo l'altro si potrebbe arrivare ovunque. E' una prospettiva alla quale difficilmente riesco a non pensare. Come quando nel cruscotto della vecchia Fiesta non leggevo la fatica dei centottantamila chilometri, ma il fatto che quel traballante ammasso di lamiera aveva percorso quattro volte il giro della terra.

Si parte di nuovo. Per davvero. Quindicimila chilometri da percorrere su e giu' per la sconfinata Asia. Questa volta con un compagno di viaggio, esperienza diversa, interessante sicuramente. Si torna a scrivere, ad avere stimoli, input. Sempre piu' difficile capirne il senso, in questo mondo in cui tutto e' conosciuto e a portata di mano.

Poche regole, fondamentali.
Bypassare il pensiero che il mondo sia talmente social e interconnesso da non avere tempo per ascoltare. Segnare dove mi trovo, volta per volta. Poco importa che ci si muova dal salotto alla cucina, da una nazione a un'altra. Per lasciare una traccia di briciole, per ritrovare la strada, un domino di pensieri abbozzati, per rivivere un momento. E alla fine di tutto ciò, ripensare a quello che avrei voluto fare. E farlo. 


giovedì, maggio 09, 2013

Riti di passaggio

GIORNO 24, NEW DELHI

Succede sempre cosi'. Si parte, con addosso accadimenti recenti, frammenti di quotidianita', occhi che osservano ma spesso non vedono. I primi giorni di viaggio si vive la scoperta e si sente la fatica, nelle gambe, e la confusione dei paragoni, nella testa.
Poi, in un momento preciso, accade qualcosa.

E il viaggio non e' piu' un modo per staccare dalla routine, ma una vita parallela, con le sue imperfezioni, i suoi rituali, il suo senso di aderenza con cio' che la circonda. E' un'esperienza che assume un significato, non una collezione di fotografie e piccoli souvenir. E, senza essere troppo sentimentali, e' qualcosa che si porta dentro.
Alla fine rimane come un timore, nel reinserirsi nel reale, perche' ormai cio' rappresenta un nuovo cambio di condizione, una sfida da vivere con maggiore forza, specialmente per chi non e' facilitato nel 'rientro' da un lavoro regolare o da scadenze da rispettare.

Insomma, l'India non e' un paese semplice. Ma ti conquista lentamente, perche' in India tutto e' possibile. Ed e' proprio questa assenza di limiti che affascina, con le sue esagerazioni, capaci di portarti dall'odio all'amore e viceversa nel tempo di una corsa in tuk tuk. E nel momento in cui sei in armonia con questa terra, non puoi sentirti in armonia con l'Occidente. Devi scegliere. Barcamenarti nel miglior modo possibile. Devi affrontare il rito di passaggio.
Poi, in un momento preciso, accadra' qualcosa. Forse su quel volo di ritorno, con il pranzo turco della compagnia aerea. O in aeroporto, di fronte alle tazzine del caffe'. O in salotto, un pomeriggio, sul divano. Sentirai che l"India ti sta dimenticando. Ma ti sentirai a casa, in armonia con cio' che ti circonda e con qualcosa di nuovo nei tuoi ricordi.


martedì, maggio 07, 2013

Fast food

GIORNO 22, NEW DELHI

Back in Delhi, rigettato un'altra volta nel cerchio dei procacciatori di turisti. Ormai preparato, consapevole, capace di dire a chi vende pacchetti di viaggio che parto domani, agli autisti di tuk tuk che vivo a Delhi da sei mesi, ai negozianti che faccio delle ottime offerte su dei cuscini comprati in Rajasthan, ai giovanotti conoscitori del mondo che la mia patria e' Andorra. Buio totale. Saluto anche in basco, se necessario.

Sono stato da McDonald's. Ok, non sono un sostenitore del mondo globale e questo andrebbe un po' contro l'etica oltre che contro il comune buon senso. Ma il fast food e' uno di quegli indicatori di un paese che non puo' mancare, una sorta di rituale, che ricerca in una formula sempre uguale, quella del cibo preconfezionato disneyano, uguaglianze e differenze.
Difficile pensare di aprire un McDonald's in un paese che non mangia maiale, per via dei mussulmani, e non mangia bovini, per via degli indu'. Infatti ecco il McChicken, il doppio Chicken, il Masala Chicken, il Veg Burger e il salutare panino con il filetto di pesce. Quell'incrocio tra fritto e salute che tanto poco successo ha avuto da noi da essere lentamente caduto nel dimenticatoio. E poi tutta una serie di cose piccanti, gli omaggi regionali, e il gelato, quello bianco denso come il polistirolo, che di volta in volta assume gusti e forme differenti.

I frequentatori sono quasi tutti giovani che si lasciano affascinare facilmente dall'occidente, vestono in jeans e maglietta, giocano con i loro smartphone. Solo qualche copricapo sikh e un gruppetto di viaggiatori coreani ci ricorda che siamo in India. Che e' un paese che corre, e cresce, a sua insaputa. In una direzione che non prende volontariamente, ma nella quale e' costretta dalle regole di un mondo che impone un certo standard di vita', di affermazione, di felicita'. 
E' un paese che nella sua frenesia di sviluppo crea contraddizioni e poverta', confusione, apparente benessere. E che ha basi cosi' poco solide da dover fare presto i conti con tanti dei suoi problemi.


domenica, maggio 05, 2013

Riflessioni

GIORNO 20, VARANASI, UTTAR PRADESH

Difficile non tirare le somme, in un posto come questo. La citta' della vita e della morte. Strade antiche, intricate, nascoste da un groviglio di motori e cemento, contornate dalle acque placide del Gange. Un luogo nel quale si sento il peso di una storia di quattromila anni. E bramini, mosche, moto, capre, mucche, turisti, un fiume umano che si riversa su un tappeto di fiori e rifiuti.
E fuoco, acqua. Fiammelle che alla sera galleggiano sul Gange, a simboleggiare i propri desideri. Odore di cenere nell'aria, di chi viene qui a morire per sfuggire all'eterna rinascita. C'e' il sacro, il profano, la contraddizione evidente di un paese come l'India, moderna e ancestrale. E la folla.

Varanasi suscita sensazioni, difficile da trasportare in parole. In un mondo nel quale tutto ci scivola addosso e' bello trovare una citta' che abbia ancora una spiritualita' intrinseca, un sentire collettivo che si puo' respirare negli spazi aperti del fiume cosi' come nei vicoli soffocanti. 

Potrebbe essere un buon luogo per riflettere. Ma non in modo definitivo, conclusivo, come pare essere per i milioni di persone che ogni anno accorrono qui. Ma di passaggio, un tassello di un percorso piu' ampio, un'immagine non banale da aggiungere al nostro bagaglio interiore. 




venerdì, maggio 03, 2013

Il deserto dei Tartari

GIORNO 18, KHAJURAHO, MADHYA PRADESH

Sono in albergo da solo. Nel senso che ci sono solo io, in tutta la struttura, e gia' la cosa farebbe abbastanza ridere. Ma diventa comica se decido di cenare. A qualsiasi ora, apre la cucina, il ristorante, si accendono le luci. Il menu' e' sempre tutto disponibile.
Chissa' se fanno come il mio buon amico Mario, che cucinava il primo del mese e conservava tutti i pasti congelati in bustine monodose. Aveva un frigo solo per lui, che troneggiava in sala da pranzo a Bologna accanto al televisore della Champions League. Perche' la tv era solo per le serate della Champions League, fatte di calcio, polpette scongelate e tornei di ping pong sul tavolo da pranzo.

Qui al limite si parla di cricket e del fatto se l'ospite vorra' fare colazione domani o sara' l'ennesima mattinata da deserto dei Tartari. E' un posto tranquillo e, ormai l'ho capito, maggio e' bassa stagione. 
Ma ci sono lati positivi. Ho preso una bicicletta e ho vagato fuori dal paese. Finalmente, uno scorcio d'India incontaminata, volti stupiti degli abitanti al passaggio di questa mina vagante che pedala come in una tappa del giro delle Fiandre. Templi a sud, templi a est, poi un lungo falso piano fino alla riserva naturale, alle cascate senza'acqua, al rifugio assonnato dei guardaparco. Ritorno, con difficolta', contro vento e con una mandria contromano.  

Ad aspettarmi sul terrazzo i tre camerieri che affettano e tagliuzzano, il tavolo apparecchiato con vista del tramonto sui templi. Menu' spiegato, bottiglia in fresco, impossibile rifiutare. Mi siedo, tavolo numero uno. L'unico.

giovedì, maggio 02, 2013

Il gioielliere

GIORNO 17, KHAJURAHO, MADHYA PRADESH

Salim ha ventinove anni ed e' un tipo sveglio. Non sa leggere e scrivere, e ha il suo nome tatuato sul dorso di una mano. Parla un ottimo inglese. Gli piacciono le ragazze spagnole. Guida il rickshaw, che non e' neppure suo, ma in affitto. E visto che gli affari scarseggiano si ferma a parlare con me che sfinito dal sole boccheggio sul bordo di un marciapiede.

Uno di fronte all'altro. Basterebbe scambiare i nostri luoghi di nascita e ora sarei io a farmi cinquanta chilometri al giorno pedalando con due passeggeri sul groppone. Lui scherza: ha l'aria condizionata, solo in discesa pero'.
E' un periodo in cui si guadagna poco. Fa troppo caldo, i turisti ricchi preferiscono i mezzi a motore e gli indiani si risparmiano volentieri una manciata di rupie. Ma c'e' un altro modo per tirar su quel che basta per sopravvivere: portare gli stranieri a fare shopping. Anche se il malcapitato non compra nulla Salim riesce a farsi dare qualcosa. E' una specie di lavoratore a cottimo. E poi puo' avere una percentuale sugli acquisti.

Mi chiede di prestarmi nel ruolo del turista spendaccione. D'accordo, ho un sacco di tempo libero. Guido io pero'. Ed eccomi contromano in un angolo sperduto dell"India a pedalare per il mio inconsueto passeggero. Scambio di ruoli a pochi metri dal negozio, e si va in scena. Il gioielliere. Sfoggio il mio talento da intenditore di pietre, ammiro la fattura, il taglio, ottengo anche un buon prezzo per un paio di orecchini e pendente. Ci devo pensare, a presto. E via, verso nuove avventure.