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domenica, aprile 06, 2014

Tempo/spazio


GIORNO 6, TRANSIBERIANA, CINQUANTA ORE DOPO, RUSSIA

Viaggiare da il tempo di pensare. 
La guida che sfoglio di tanto in tanto sostiene che il terzo giorno di transiberiana potrebbe subentrare un certo senso di disorientamento. Non e’ del tutto vero, ma forse si’, in un certo modo. Il tempo rallenta. Ci si sorprende a considerare particolari trascurabili. Le ramificazioni delle betulle prima che si tramutino in doghe a basso costo ikea. Le macchie di Rorschach celate in chiazze di neve perfettamente speculari. Le gambe delle lettere in una pagina di libro, ordinate come reparti di un esercito grammaticale.

Passato Barabinsk e le venditrici di pesce secco. Ancora dubbio l’utilizzo, come cibo o elemento decorativo, del suddetto pesce. Passato il fiume Ob. Lasciata Novosibirsk con un pasto liofilizzato e una frittella di pure’. Nella notte il fuso orario passa a +4 da Mosca, portando la pausa pranzo alle 9.55. Intanto la notte scorre attraverso il finestrino. Difficile distinguere forme e colori. Non confermata, ma abbastanza probabile, la presenza di neve e betulle. Il treno piano piano prende sonno, con la sua piccola comunita’ di storie e movimento. Per svegliarsi, fra poche ore, qualche chilometro piu’ in la. Disorientato, certo. Ma con gli occhi pieni di nuovi affascinanti e trascurabili dettagli.

sabato, febbraio 05, 2011

The terminal

GIORNO 14, POPAYAN, COLOMBIA,


Seduti in una sala d'attesa il pensiero raramente va al viaggio, al cammino che ci aspetta. O a quello che e' trascorso, ai ricordi vicini o lontani di una giornata o di una vita. La mente si concentra sempre sull'attesa. Seduti ad aspettare il prevedibile, con gli occhi che si spostano mollemente dai capelli arruffati della signora sulla panchina al banco dei panini del bar di fronte.
Cosi', piu' o meno, iniziava la mia tesina per la maturita'. Chissa' dove volevo arrivare. Il succo del discorso era che il futuro si costruiva tornando al passato. Che l'originalita' era riproporre l'antico nel nuovo.

Mi viene da pensarci dopo tutte le ore trascorse tra autobus e terminal. La scorsa notte dodici ore da Bogota' a Popayan. E questa sera via, di nuovo, sette ore per arrivare al confine. Mi piacciono le stazioni. Gli aeroporti. La gente indaffarata che trasporta valigie e pacchetti. Tutto quel movimento che non porta a nulla. Mi siedo. Mi alzo. Prendo un caffe'. Mi siedo. Cammino. Guardo una vetrina. Sfoglio un giornale.
Luoghi dove il tempo e' tutto, e niente. Dove il piu' delle volte non riconosci neppure la citta' o lo stato dove ti trovi, nascosti da pareti di acciaio e cristallo, banchi d'informazione, seggiolini neri.
Penso che potrei vivere in un terminal, in un aeroporto, come un nuovo Tom Hanks incastrato dalla burocrazia e costretto a sopravvivere in sala d'attesa. Mi muovo sorprendentemente bene in spazi sconosciuti, mentre la gente arranca tra i cartelli d'indicazione e gli avvisi dell'interfono.

In fondo e' una parte di viaggio anche questa. Che ti regala tempo per pensare, progettare. Per rivivere in modo rilassato la quantita' di stimoli che una giornata in terra straniera ti butta addosso. Per riappropriarti semplicemente di quello che ti sfugge nella fretta del tempo che corre.

mercoledì, gennaio 21, 2009

En una noche

Mi ero quasi dimenticato di quanto sia bella la notte. Silenzio attorno, tempo relativo, immagini sfumate in un generale senso di quiete.
Ricordo che c'è stato un periodo nel quale tornavo a casa la notte e scrivevo. E ogni volta qualcosa di particolare colpiva la mia mente, faceva scattare un meccanismo che poteva lasciarmi anche per ore a riflettere o semplicemente a guardare il soffitto, ad ascoltare una canzone. Senza il continuo martellare della società moderna, senza gli strepiti di apparecchi televisivi, senza la fretta di doversi riposare assolutamente.

Sarà forse perchè ogni cosa di notte ha una diversa sfumatura, o perchè le ore scorrono senza fretta, ma tutto mi sembra più chiaro, più semplice. Sarà anche perchè in città il contrasto tra le due parti del giorno è fortissimo, dalla confusione al nulla, dallo stress al relax.
E questo accentua un nuovo punto di vista: non mi sembra di buttare le giornate, che iniziano molto più tardi del solito. Perchè la notte, con il suo fascino immobile, mi regala la voglia di creare ed esprimere. Ed è questa l'unica cosa che conta.

giovedì, dicembre 11, 2008

Il lento divagare

Sembra che attorno tutto stia rallentando, che ci sia la necessità impellente di frenare, fino quasi a fermarsi. Niente più vita frenetica, fast food, flash news. Ritorno alla quiete, alla calma.
Sarà solo un'impressione, o il natale che si avvicina e rende le persone pazienti e disponibili, o la neve che nasconde la fretta e blocca i camion alle frontiere.
Ma negli ultimi giorni mi sono ritrovato a viaggiare a velocità dimezzata. Ho cucinato con calma senza la smania dell'apporto energetico, soffermandomi a guardare la superficie dell'acqua nella pentola che trema prima di bollire. Sono stato a teatro e lo spettacolo mi è sembrato così lento, scandito, quasi che il pubblico avesse bisogno dello spelling per capire bene le parole, per avere il tempo di pensare a quello che stava succedendo. E ho visto la mostra di un genio della video-art che gira video a trecento fotogrammi al secondo invece dei classici ventiquattro, per poter dilatare la visione e il tempo, sfumando un'espressione del volto in lunghe sequenze di interminabili micromovimenti.

E poi piove, vedo un lampo di luce che illumina la finestra e poi conto i secondi. Uno, due, tre, trecentoquaranta metri di distanza per ogni secondo che passa. E nessun tuono arriva mai prima del tre.
Quasi che anche il fulmine voglia rallentare, prendere un bel respiro prima di farsi sentire. Senza fretta, facendo le cose con la giusta cura, dando la giusta importanza ad ogni frazione di tempo.

lunedì, maggio 21, 2007

Appunti rovesciati

Sera. La città irremediabilmente italiana, turisti e solo turisti. Tramonto. Luna Rossa in finale. Il pomeriggio al porto e il vento in faccia. Il sole che preannuncia l’estate, all’orizzonte macchie colorate di asciugamani sulla spiaggia. Incontri, Filippo in visita dall’Italia e la leggenda Paul Cayard che passeggia tra le basi degli equipaggi. Gli spagnoli che ci credono, fino in fondo. Mattina. Opaca, sonnolenta, domenica. Notte fonda. Chilometri come tenaglie nelle gambe. Gente per le strade fino all’alba di un nuovo giorno, festa affollata in appartamento, ultimo bottelleon alla playa. Un ambulanza e polizziotti molesti. Bottiglie, sabbia e sangria. Cena di pizza e tortilla. Viaggi metropolitani, un’aeroporto che mi aspetta.

Lo strano desiderio di rivivere al contrario tutto quello che è successo dall’inizio dell’anno, dal primo post di questo blog, dal primo giorno in una nuova splendida città. E semplicemente rallentare tutto, per avere il tempo di capire l’attimo prima che sia trascorso.

venerdì, maggio 04, 2007

Scala di grigi

Mare nero, cielo scuro, pioggia fitta, volti nervosi di persone che passeggiano, estate che resta in sala d’attesa. Il mondo disegnato in scala di grigi, città irriconoscibile dopo il caldo dell’ultima settimana. Alberi fioriti che sembrano stingere i loro colori, rami che si piegano verso terra, foglie pesanti per la l’acqua caduta.

Una fotografia di queste ventiquattrore tra le nubi che nascondono Valencia. Fino a un’alba, fredda e limpida, che preannuncia una splendida giornata.


giovedì, aprile 05, 2007

Pioggia indifferente

Mi sono trovato a pensare che le cose cambiano significato a seconda di come le viviamo. C’era un prato, vicino a casa, quando ero bambino. Giocavo a calcio in mezzo ai fiori bianchi e gialli, alla cavallette. Solo d’inverno mi accorgevo che in realtà il prato era una discesa , perchè scendevo con lo slittino sulla neve. D’estate non mi rendevo conto che l’erba in realtà si inclinava piano piano continuamente. Ora capisco perchè era più facile segnare in una porta piuttosto che nell’altra. O come quando si va in vacanza al mare, un giorno piove e si pensa che non è giusto e che di sette giorni già uno si è bruciato. Poi magari qualche mese ci vivi al mare, e dopo un po’ capisci quella perfetta armonia, senti i temporali che arrivano, i venti che soffiano e le maree che cambiano. Ma il freddo e la pioggia di questi giorni proprio non me li aspettavo. Sarà che ancora non sento “mia” questa città, continuo a viverla di passaggio, distrattamente.

Se un mattino ti alzi per stare solo coi tuoi pensieri la città che ti circonda non ha più senso. Può essere un qualunque crocevia di strade e persone, case imbiancate e luci notturne. Se vai in giro senza ascoltare è inutile che le persone parlino, differenze di lingua non hanno alcun senso. Sarà l’abitudine, o già lo sguardo proiettato sul futuro. Comunque finalmente ho il tanto sospirato biglietto per Granada. E questo basta per riaccendere la voglia di vivere quello che mi sta intorno.

sabato, marzo 24, 2007

Mezze stagioni

Dicono che non ci sono più le mezze stagioni. Ma la frazioni secondo me sono rimaste lo stesso. Nel senso che ora, appena dopo un dodicesimo di primavera, sta facendo un ottavo d’inverno. Torna il freddo quando già avevo messo via la giacca per prendere il costume e sdraiarmi in spiaggia. Non mi è chiaro cosa sta succedendo, fino a qualche anno fa mi sembrava tutto semplice, lineare.
Adesso non riesco mai a capire qual è il momento in cui cominciano a cadere le foglie degli alberi. O quando tornano sugli alberi. Cammino e da un giorno all’altro vedo tutte le foglie per terra. Forse cadono tutte insieme, di notte, per non dare fastidio. Così come non mi accorgo quando sbocciano i fiori. Però questo lo vedo che non lo fanno tutti insieme. E non sempre nello stesso periodo dell’anno. Quest’anno però vedo boccioli e germogli spaventati dal gelo, spuntati in un soleggiato gennaio; a casa ha addirittura nevicato, forse questo non sarà un buon anno per fiorire.

Quand’ero bambino e abitavo in montagna era come vivere in simbiosi con la natura, sentire prima ogni piccolo cambiamento. C’erano alberi dai nomi singolari: abete rosso, pino cembro, larice. Che è un pino che perde le foglie o meglio, gli aghi. Le betulle con la corteccia bianca, e i boschi piano piano d’autunno diventavano gialli, arancioni, rossi. D’inverno si vedevano solo le macchie verdi delle conifere nell’immensità della neve. Poi primavera, estate, colori e profumi, fiori e prati. E poi si ricominciava con una regolarità rassicurante, tutto al proprio posto, tutto preciso, giacchetta, giacca, cappotto, piumino. Sarà che adesso non distinguo un albero da un cartello stradale, ma a volte è difficile orientarsi tra sconvolgimenti climatici. Fra mesi che non hanno più senso nella loro successione.
Intanto questa notta mi rubano un’ora, con la scusa dell’ora solare ora legale. Me la ridaranno solo fra sei mesi, in chissà quale nuova stagione.
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mercoledì, marzo 21, 2007

Slow thinkin'

“Con l’insonnia nulla è reale, tutto è lontano, tutto è una copia... di una copia... di una copia...” Sono tre giorni che non dormo. O meglio, che vivo costantemente in quel sottilissimo limbo tra on e off. Che significa svegliarsi un’ora dopo essere entrati nel letto, addormentarsi sul divano mentre si aspetta che bolla l’acqua per la pasta. Chissà poi se per cena o colazione. E non saprei fare una lista abbastanza lunga di cose fatte da coprire le ultime settantadue ore. In parole più semplici, non mi ricordo come ho passato le giornate.
Solo qualche immagine, strade piene di gente, una montagna di piatti da lavare, il fumo dei fuochi che passa attraverso la tapparella. Ho fatto troppe volte lo stesso sogno. Questo sicuramente. Sempre con forme e colori diversi, come piccoli cortometraggi di tanti registri sullo stesso racconto. Sono stato annebbiato e raffreddato, non mi sono neanche accorto di come da un momento all’altro siano cessati botti, esplosioni, petardi e fuochi d’artificio. Ecco, forse è proprio questo ciò che mi tiene sveglio: il silenzio. E’ come se finita la festa mi fossi resettato, riavviato per un blocco del sistema.

Intanto oggi si laurea un caro amico e io sono bloccato qui ancora qualche giorno, ultimo nella marea umana che lentamente defluisce da Valencia verso l’Italia dopo Las Fallas. Forse è questo che mi tiene sveglio: essere lontano in questi giorni, riflettere su tutti i progetti che andranno portati a termine, desiderare forse per la prima volta che il tempo passi più in fretta. Perchè in fondo siamo viaggiatori in una sala d’attesa, che non sanno pensare al presente, ma solo al cammino che li attende. Senza sapere come sarà.
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