sabato, novembre 29, 2008

Cronache marziane

Chissà perchè mi lascio sempre affascinare dallo spazio. Da ogni piccolo dettaglio, ogni scoperta irrilevante, che scatena l’immaginazione. Forse perchè è una delle poche cose indefinite che ci restano, talmente sotto gli occhi di tutti da passare inosservata. O forse perchè in fondo spero che ci sia davvero qualcuno la fuorì, su altri pianeti. E spero per loro che non abbiano la pelle verde.

L’ultima notizia è questa: è stata trovata una particella di zucchero nello spazio. Si, zucchero, quello che abbiamo tutti nella credenza della cucina. E l’articolo d’apertura di qualche esimio giornalista non può far altro che cadere in un serie di luoghi comuni sconvolgenti: “Il brodo primordiale è dolce e viene preparato nella cucina dello spazio, con la polvere di stelle a fornire gli ingredienti e gli astri in via di formazione che danno il calore necessario”. D’accordo.
Tralaltro non ho idea di come si possa individuare una particella a ventiseimila anni luce di distanza. Nè sono a conoscenza se si trattasse di zolletta o zucchero in bustina. L’unica indicazione che ci viene data è che ha una temperatura simile a quella della Terra durante una giornata estiva. Quindi un po’ sciolto. L’equipe di scienziati conclude rassicurandoci sul fatto che debba esistere altro zucchero nello spazio.
E sembra essere una buona notizia: la piccola particella è considerata un elemento fondamentale per la nascita della vita. Ma sono ancora molti i passi che ci separano dalla conoscenza del processo che porta una bustina di zucchero a trasformarsi in essere umano. E senza pelle verde.

mercoledì, novembre 26, 2008

Quarantotto ore

Quarantotto ore di vuoto, di nulla, di buio. Malinconoia, lavoro saltato, scarsa predisposizione ai rapporti interpersonali. E tutto questo nella vita reale, non in quella virtual blog che è abbandonata da tempi non calcolabili. Addirittura il mese ottobre 2009 non apparirà mai in elenco; è questa, di per sè, è una cosa abbastanza grave.
Ma quando uno meno se lo aspetta l'organismo umano risponde in modo inaspettato. A nulla sono valsi i pasti saltati negli ultimi giorni, la pioggia del pomeriggio per la strada senza ombrello, lo zapping tra letto e divano e la totale mancanza di stimoli. Qualcosa è scattato e alla mezzanotte di oggi sono stato sorpreso da un incredibile picco d'energia.
Quasi che il corpo si voglia ribellare a questa staticità, facendomi saltellare per la casa, iperattivo e senza alcun segno di stanchezza. Una botta di adrenalina che mi ha addirittura spinto a riprendere le pagine del blog, dopo aver fatto qualche corsetta per le scale del condominio.
Certo, è notte. Forse non è il momento più utile. Ma fatto è che dopo quasi due mesi posso nuovamente scrivere e raccontare sulle pagine dell'amato blog.

domenica, settembre 28, 2008

Un euro solo un euro

La domenica mattina la tradizione sta diventando il mercato di Porta Portese. Quell'accozzaglia di stili, culture, oggetti, ricordi che si riversa per le strade del quartiere, attirando gli sguardi curiosi di turisti e passanti. Occhi sgranati verso ogni bancarella, passo lento e cadenzato, buste di plastica e la colonna sonora delle voci dei venditori. Ve li stiamo regalando, un euro solo un euro, roba bella ce n'è. Il capo è uscito pazzo, tutto cinquanta centesimi, quante belle cose.
Parole lanciate con accenti improbabili che raccontano di terre lontane, volti cordiali di romani e pakistani, commenti volanti e teste che si voltano di qua e di la come in una partita di tennis.

Tra le bancarelle si possono scorgere personaggi inimitabili, caratteristici. Perchè qui come non mai è importante colpire l'attenzione, creare curiosità per vendere la propria merce battendo la concorrenza. Un simpatico signore con un microfono legato al collo svolge la sua televendita continua, con tanto di dimostrazione pratica, affilando incessantemente forbici e coltelli. Gruppi di uomini spaesati si soffermano di fronte a un espositore di trapani a percussione. Il passato incontra il futuro al banco cinese, calamai e lampadine al neon.
Alle quattordici tutti via, e la città ripiomba nel silenzio di una pigra domenica pomeriggio.

sabato, settembre 27, 2008

Ode a Chatwin

Informazione discontinua e disorganizzata. Penso che come sottotitolo per questo blog non si possano trovare parole migliori. Visto che gli spunti arrivano ormai con la cadenza delle affermazioni intelligenti della politica italiana. Insomma, molto raramente. Leggo troppo spesso negli spazi di amici e sconosciuti le parole 'so che è un po’ che non aggiorno questo blog, ma sono stato molto impegnato'. Ultimo post, natale 2006. In altri casi, assecondando quella vena che porta ogni italiano ad essere ct della nazionale, qualche commento sui campionati europei. Il che ci porta a un soddisfacente luglio 2008. Poi il nulla.
Voglio essere onesto, e sfatare questa leggenda che cancella i pensieri della rete perchè la vita di ogni giorno è troppo densa di avvenimenti. Non sono stato particolarmente impegnato, ho tanto tempo libero, carta e penna sempre con me e una coscienza critica sugli avvenimenti. Penso, ogni tanto, a un commento su un determinato argomento. Mi immagino un frase scritta nella mente, con una sorta di deformazione professionale del giornalista consumato. E poi non fermo un pensiero sul foglio, o sul blog. Pigrizia, privacy, non lo so.

Eppure i presupposti ci sarebbero: uso lo stesso blocchetto di Hemingway, di Picasso. C’è proprio scritto in quarta di copertina. E ogni volta che qualcuno lo sfoglia esce la stessa frase: 'ah, come il blocchetto di Hemingway'. Si almeno, dall’esterno. E poi il discorso cade sempre lì: 'Picasso, Van Gogh, Chatwin... Chatwin?! E chi è Chatwin?'. Lo dico, una volta per tutte. E’ uno scrittore britannico, famoso per i suoi racconti di viaggio. E anche lui, ogni tanto, non aveva voglia di scrivere.

sabato, settembre 13, 2008

Notti bianche o quasi

Per fortuna siamo a Roma, basta uscire e qualcosa si trova sempre. Così viene sintetizzata la gloriosa notte bianca che quest'anno non ci sarà, o almeno non nelle modalità che l'hanno resa celebre nelle passate edizioni. In cassa non c'è un soldo, sostiene la giunta Alemanno. Abbiamo aperto la scatola delle offerte e la sinistra non ha lasciato neanche una monetina per andarci a divertire. Nè per riparare le buche delle strade, o prendere un cornetto al bar.
La decisione quindi sembrerebbe sensata ma, anche se non è compito mio stare qui a sindacare, non mi sembra una scelta felice. Anche perchè poi il ritorno economico c'era, per forza, con due milioni e mezzo di persone per strada tutta la notte. E l'immagine, il riaffermarsi come città dell'arte, della cultura. Ma niente da fare.
Questa volta sono però i Municipi a rimboccarsi le maniche. Perchè Roma è fatta di tanti quartieri che godono di una certa autonomia, e possono decidere spontaneamente di riempire una piazza, organizzare un concerto, un dibattito, senza spese folli ma con tanta buona volontà. Ecco allora la serata di tango a piazza Navona, il festival dedicato a Pasolini a Capanelle, musica blues a Campo dei Fiori, attori, band, qualche nome famoso, sparpagliati qua e là. Ciliegina sulla torta per il Municipio XVII, a mezzanotte la proiezione del famoso film 'La corazzata Potemkin'. Presentata da Paolo Villaggio, che in un momento di intensa cultura indosserà i panni del ragionier Fantozzi per il revival della frase che ha segnato la storia del cinema. Chi vuol capire, capisca.

mercoledì, settembre 10, 2008

Vroom

Vroom vroom, meeeeeee, ni no ni no, trshhhh...

Non è l'inizio di una improbabile poesia dadaista. O quanto meno non ancora. E' invece una breve sintesi dei rumori che di notte salgono dalla strada, a qualsiasi ora.
Il cambio di questa settimana è davvero notevole, nessuno è più in ferie, addio all'idillica pace di agosto.
La città si riappropria con arroganza dei propri spazi e non si concede pause, nè ovviamente silenzi. Il che ha un suo fascino. E una tendenza insita a portare sull'orlo della crisi di nervi chi abita fronte strada e dorme ancora con la finestra aperta, perchè in fondo fine delle vacanze non coincide per forza con fine del caldo.

Non sono nato in città, anzi, sono sempre vissuto a contatto con la natura, con la quiete. Se dalla finestra vedevo le foglie degli alberi bagnate capivo che aveva piovuto. Adesso lo capisco dall'odore d'asfalto zuppo che sale con un'onda di vapore e gas di scarico. Non vedo caprioli nel prato vicino casa, non stacco pesche dal ramo, non guardo i pesci nel fiume. Per ora è giusto così, altri obiettivi, altre sensazioni.
Ma se avete un motorino truccato con la marmitta tagliata evitate di passare alle quattro del mattino da queste parti. Ve ne sarei enormemente grato.

giovedì, settembre 04, 2008

My cinematic life

Roma è la città del cinema. O forse no. Perchè poi si finisce sempre per pensare a Venezia, al festival che è così bello mentre nella capitale fanno solo la Festa del cinema, che nasce come imitazione e quindi non può avere il livello dell'originale. Ma qui si respira un'aria diversa, si vive tra le ambientazioni di pellicole che hanno segnato la storia, non è raro imbattersi in qualche lavorazione in corso. Anche senza spingere in fondo alla metro fino a Cinecittà.
Nella via sotto casa hanno girato I soliti ignoti, dietro accanto al gazometro Le fate ignoranti. Giusto perchè Ozpetek abita dall'altra parte del ponte e non voleva fare troppa strada per andare sul set. Tra le due location la casa di Muccino, poco lontano quella di Santamaria. Perchè la nuova generazione di attori e artisti preferisce vivere appena fuori dal centro, dove la notte è viva e piena di locali.

Intanto in questi giorni continuano le riprese del film che porta Roma a fare i conti con un passato scomodo: Il grande sogno, regia di Michele Placido, una sorta di racconto del '68 e della rivoluzione giovanile. Imperdibili le scene che si stanno realizzando nei pressi della facoltà di architettura, dove tutto prese il via quarant'anni fa. Manifestazioni, occupazioni, scontri tra polizia e studenti, rigorosamente in abito lungo e cappotto sotto il sole di fine estate. Capelli alla Beatles, pantaloni di velluto e occhiali squadrati, un tuffo nel passato che per pochi giorni rivive nella città che lentamente si sveglia al ritorno dalle vacanze.

mercoledì, settembre 03, 2008

Supereroi contro la municipale

Ripresa delle trasmissioni. Dopo un assenza che non si può definire forzata, nè voluta, o cercata. Tanti sarebbero gli avvenimenti degni di un' opinione, di un dibattito, di un punto di vista: l'ultimo mese è stato ricco di novità, sul piano personale come su quello pubblico. Ma nel pieno rispetto della miglior tradizione giornalistica, l'estate non concede approfondimenti. Non si parla con Vespa in seconda serata, non si leggono le cronache dei quotidiani gratuiti, non si considerano più le sparate dei politici (o almeno non quanto le loro avventure estive, ricche di scoop e cadute dai gommoni).
Ce ne sarebbero di cose da raccontare, tante da riempire un dizionario. Lettera G, Giochi olimpici, Georgia, Gheddafi, Gustav. Lettera C, Convention, Ciclone, Controlli sulle strade, Cinema, Cina, Caldo (argomento di punta di ogni tg).

Ma la notizia che merita rilievo per oggi è un'altra. Un bandito, mascherato da Uomo Ragno, ha rapinato un ufficio postale in provincia di Como. Dopo aver arraffato circa mille euro è scappato in bicicletta, facendo perdere le proprie tracce.
Una scena d'altri tempi, quasi nostalgica, che frutta appena i soldi per pagare l'affitto. E che fotografa meglio di tante parole questo pigro settembre italiano.

lunedì, agosto 11, 2008

Quotidiana vita tibetana

Per fortuna che ci sono i giochi olimpici. Altrimenti non avrei mai saputo che il Taipei Cinese è diventato uno stato. Che poi non è vero, ma intanto sfila per conto suo, anche se la bandiera è quella con i cinque cerchi e poi il nome della nazione scritto con i trasferibili. Infatti c’è anche la Palestina, con stendardo ufficiale, e Hong Kong in vena di separatismo. Addirittura si presenta Timor Est, che poi lo sappiamo che non esiste, sicuramente è ancora in guerra ma tanto non interessa a nessuno.
Lo Zimbabwe c’è ma hanno chiesto la cortesia al presidente dittatore Mugabe di non presentarsi in modo da non mettere in imbarazzo tutti quanti. Myanmar presente, ulteriore prova che il mancato rispetto dei diritti umani non impedisce la partecipazione alla kermesse dell’anno.

A suo modo, sorprendentemente, c’è anche il Tibet. Grazie a un piccolo sotterfugio, un po’ kitsch e usato decisamente a sproposito, sfruttando l’impatto mediatico degli ultimi tempi. Quando parte la pubblicità si apre una scena californiana, fondale hollywoodiano. Primo piano di Richard Gere che lascia le impronte nel cemento della via delle star. Pochi secondi dopo, stesso zoom sulla faccia d’attore insieme ad un ragazzino vestito da monaco. I due lasciano le impronte nella neve, dietro di loro il palazzo di Lhasa e scene di quotidiana vita tibetana. Richard Gere sale le montagne dell’Himalaya, e le sale grazie a Lancia Delta. Il potere di essere differente.

sabato, luglio 26, 2008

In attesa di giudizio

Guida dei giochi per lo straniero. Tutto quello che avreste voluto sapere e nessuno vi ha mai raccontato. E' questo, a grandi linee, il titolo di un opuscolo che circola in questi giorni preolimpici a Pechino.
Un inno all'intolleranza, alla repressione, alla privazione della libertà. Un atto di coerenza, dopo tutto, da parte di uno dei regimi più contestati del mondo.
Che non perde occasione per ricordare che sono proibite azioni che minacciano l'unità nazionale, danneggiano l'ordine pubblico, turbano la stabilità sociale o incoraggiano il separatismo etnico. Quindi chi ha intenzione di parlare di Tibet o Birmania farebbe meglio a restarsene a casa. D'altronde forse ci resterà davvero: alle frontiere si presta ben attenzione a non far entrare semplici turisti che possano avere legato allo zaino il fazzoletto di Emergency, o che abbiano nel portafoglio un tesserino di qualche partito attivista. E le cifre crollano, solo centomila visitatori a fronte del milione previsto.
C'è poi il problema delle bandiere: è vietato sventolare quelle dei paesi non partecipanti, e in generale è vivamente sconsigliato portare con sè alcun genere di striscione o cartello. Immagino già la scena di un supporter sardo arrestato perchè sventola lo stendardo con i quattro mori, o le milizie contro la schiera degli italiani con scritto 'ciao mamma'.

Insomma, a conti fatti, le premesse per la sospirata apertura mentale della Cina al resto del mondo non sono le migliori. In attesa di giudizio non resta che alimentare la speranza, non tanto nascosta, che qualcosa stia stia per cambiare.

giovedì, luglio 17, 2008

Atto primo

Il dubbio è: ritornando indietro, faremmo le stesse scelte? Mi sono sempre sentito di rispondere di si. Eppure non posso fare a meno di pensare a quei momenti, a quelle scelte, forse dettate dal caso, che hanno condizionato fortemente il susseguirsi degli avvenimenti. Una mail mandata quasi per gioco, una notte a chiaccherare invece di buttarsi nel letto senza forze, anche quel colpo di testa senza riflettere tanto.
Perchè tutto è equilibrio di istinto, coscienza, fortuna, circostanza. Nel gioco dei ruoli chiamato vita ognuno è chiamato a recitare una parte, diceva Shakespeare. Buona o cattiva che sia, mutevole e inevitabile, vicina o distante dalla nostra realtà.

A volte compiamo delle scelte senza sapere se siano quelle giuste. Seguendo il copione, le battute, senza discuterle. Tenendo solo un briciolo di indecisione nel cuore e un pizzico di coraggio nella mente. Ansiosi di un nuovo giorno da affrontare.

sabato, luglio 12, 2008

Intolerance (quando nulla cambia)

Intolerance è un film muto del 1916, con la regia dello statunitense David Wark Griffith. Una pellicola che descrive come l'intolerranza, in quattro momenti cruciali della storia dell'umanità, abbia giocato un ruolo fondamentale per la rovina della società. Il film nasce come risposta alle accuse di razzismo della prima opera del regista, il controverso Nascita di una nazione uscito l'anno precedente. La storia di due famiglie sullo sfondo della guerra di secessione, la ricerca di una giustificazione per la nascita del ku klux klan come mezzo per mettere ordine nella confusione creata dagli ideali abolizionisti della gente di colore. A Griffith vennero rivolte pesanti critiche, accusa di xenofobia e apologia di ideali nazisti, quando nella vacchia europa il fuhrer se ne stava ancora placido in culla.

Era, come abbiamo detto, il 1915. E mi sento di dire che nulla è cambiato. Certo, non abbiamo più i bianchi cavalieri incappucciati che linciano e bruciano, ma il loro animo sopravvive nella mente di tante persone. Non si riesce ad estirpare la discriminazione, il razzismo, la paura del diverso. Alla faccia di una globalizzazione imperante la società si racchiude in microcelle, in piccole cerchie di privilegiati gelosi della propria esistenza.
Vorrei girare un film e chiamarlo Ignorance, perchè è questo il segreto di tutto. E' la mancanza di conoscenza che continua a renderci così antichi nel nuovo millennio. Che ci fa alzare la guardia contro un calderone di rom, gay, musulmani. Senza differenze. Senza tolleranza.

domenica, luglio 06, 2008

Into the wild

Parto per qualche giorno, in macchina questa volta. Senza un itinerario ben definito, verso la Spagna, approfittando di quella libertà che viene dall'avere un proprio mezzo di trasporto. Niente orari, musica dall'autoradio e paesaggi che scorrono veloci fuori dal finestrino.
Sto pensando che la mia destinazione non è poi così vicina come la ricordavo: un'ora e mezza di volo, giusto il tempo di sfogliare un giornale, si traduce in un intera giornata di viaggio, in ruote che si consumano sull'asfalto. Quindi non ho ancora deciso quanto lontano mi spingerò, mi lascerò guidare un po' dall'istinto. In fondo sarà un modo per scoprire quel sud della Francia troppo spesso dimenticato eppure splendido nell'immaginario di ognuno. Sempre dritto fino all'Atlantico, in mezzo ai Pirenei, visioni da cartoline di cespugli gialli, rami attorcigliati e cielo limpido.
E' molto tempo che non viaggio d'estate. Anzi, forse non l'ho mai fatto. Giusto qualche vacanza marittima e poi per diversi anni confinato in qualche località turistica, per lavoro, senza il respiro del viaggiatore, senza la possibilità di scoprire una costa, l'entroterra.
Si parte, di nuovo, con lo stesso entusiasmo di sempre.

venerdì, luglio 04, 2008

Cocce

Roma parla sempre. Non riesce a farne a meno, deve raccontare storie ed episodi con le bocche dei suoi abitanti, deve riaffermare ogni giorno il suo ruolo, centrale, nella storia e nell'arte. In poche settimane ho già una serie di racconti metropolitani, scaturiti da incontri, più o meno fortunati.
Questa mattina la nuova puntata, sulla linea autobus centosettanta, una sorta di luogo d'incontro per un'umanità varia e appassionata. Il principio, con le prime fasi del discorso, è sempre uguale, con piccole variazioni. Che caldo che fa, l'autobus è in ritardo, in città c'è traffico, non mi piace la metro, però è comoda, ma non si può scavare, hai visto adesso, che gente c'è in giro.
Poi si ricama, si sviluppa, si sorprende. Oggi ho incontrato un signore del ventinove, con il classico dolore al ginocchio, affabile e felice di raccontare la propria vita.

A Roma, negli anni della guerra, era tutto diverso. Ogni tanto sentivi il rombo delle fortezze volanti che portavano le bombe, qualche mitragliata della contraerea, e poi il cielo si illuminava e si sporcava di grigio. Il sabato si andava tutti a Piazza Venezia per l'adunata, che non interessava a nessuno, ma bastava stare lì a battere le mani ai discorsi e si saltava un giorno di scuola. Poi c'era la tessera per il pane, una rosetta al giorno, e la sera si mangiava semolino di farina, sempre. Che poi la farina bisognava andarla a prendere fuori città, e un giorno passava un camion d'arance, e allora abbiamo chiesto all'uomo sul mezzo di lanciarcene qualcuna. Ma lui ci ha buttato solo le cocce, e noi ce le siamo mangiate lo stesso. E mia moglie stava pure peggio. Si mangiavano le fave un giorno, e il giorno dopo le cocce delle fave, bollite, perchè altrimenti non si mandavano giù.
E stato come vivere per un attimo in un tempo distante, dimenticato. Capace di farci apprezzare ancor di più la semplice realtà di ogni giorno.

giovedì, luglio 03, 2008

Slow motion

Per il bene dell'umanità e dei viaggiatori oggi ho compiuto un serio esperimento scientifico. Navigando nei meandri di trenitalia ho trovato un sito di pubblica utilità, che informa sul ritardo dei treni, fornisce dati esaurienti sul traffico e i numeri del trasporto nazionale. Pieno di fiducia ho allestito un'improvvisata indagine statistica: ho scelto, del tutto casualmente, quattro tratte, distanti una dall'altra, nord sud e le due coste. Il risultato, alquanto prevedibile, è il seguente.
In questo istante sulla ferrovia che collega Rimini ad Ancona sono in viaggio tre treni: l'intercity proveniente da Milano ritarda di ventun minuti, quello diretto a Lecce di quarantuno. Non sfugge neppure l'eurostar per Taranto, indietro di tredici minuti.
Tra Pisa e Roma l'intercity verso la capitale ha ventisette minuti, in senso contrario, destinazione Ventimiglia, trentatre minuti. Un altro ritardo minimo, sei minuti, e finalmente due convogli in orario.
Al nord, tratta Milano Verona, pochi minuti di attesa per tutti e un treno paradossalmente in anticipo. Che però arriva dalla Svizzera.
Per concludere notizie dalla ferrovia Salerno Paola, tre intercity e due eurostar. Venti, quattro, quarantanove, tredici, quindici. Come numeri del lotto andrebbero anche bene.
Ogni viaggio è un incognita, relativa, indefinibile. Alla quale siamo talmente abituati da restare indifferenti anche a quest'elenco di disagi e disservizi chiamati ritardi.

mercoledì, luglio 02, 2008

Evidenza

L'obiettivo dichiarato di oggi è creare un mondo migliore. Lo dicono un po' tutti, qualcuno in fondo ci spera, e per una volta voglio seguire il branco e accodarmi a quest'ondata di ottimismo. Cambiamo il mondo, d'accordo. Come i quattro amici al bar, come Obama e Gorbaciov prima di lui, come i verdi e Scajola, anche se non nello stesso modo.
L'importante è essere d'accordo che c'è qualcosa che non va. Giusto così, in linea generale, senza approfondire troppo. Sono sempre belli gli ideali, comunque vada, ma nella realtà delle cose tutto è un po' differente.

Premetto che quello che dirò da adesso in avanti è solo una banale generalizzazione, che si contraddice nel momento stesso in cui esiste. Comunque, prendiamo un problema a caso, di quelli che crescono in maniera esponenziale e attanagliano l'umanità.
Esempio numero uno, la fame nel mondo. E' scientificamente provato che se fossero tutti vegetariani ci sarebbe cibo in abbondanza ovunque. Basterebbe coltivare a cereali le distese utilizzate per l'ingrasso di animali in allevamenti intensivi, che il più delle volte mangiano nel terzo mondo e sono mangiati qui da noi. Esempio due, la crisi energetica. Ben venga la ricerca di fonti alternative, ma il problema è un altro. La domanda cresce ogni giorno, il benessere dilaga, si bruciano più risorse nel solo anno duemilaotto che in tutto il medioevo. Esempio tre, l'inquinamento. Qui vago un po' nell'incertezza, le soluzioni probabilmente ci sono ma hanno un costo difficile da gestire, con un conseguente calo del tenore di vita difficile da accettare.
Con questo cosa voglio dire: che il mondo può cambiare, sta cambiando. Con i piccoli gesti di ogni giorno, con la liberalizzazione della cultura e della conoscenza, che pone le basi per un futuro più consapevole. Prenderemo coscienza della necessità di fare delle rinunce. E sceglieremo tranquillamente il mondo che vorremo creare. Perchè a tutto c'è rimedio, basta avere la volontà per seguire la strada corretta.

lunedì, giugno 30, 2008

Il giardino di casa

Qualche giorno in giro per Roma, come un turista. Perchè in fondo quando si vive in una città si scade inevitabilmente nell'ordinario, nel già visto. Ed è in quei momenti che l'incontro con qualcuno che visita per la prima volta l'Italia può cambiare il tuo modo di vedere le cose.
Sto diventando un sostenitore sempre più accanito dello scambio culturale, della scoperta che nasce da un confronto, del divanismo. Ovvero dell'ospitare ed essere ospitato, da persone che non conosco ma delle quali condivido una certa concezione della vita, come un viaggio mai banale e sempre ricco di novità ed emozione. Forse non riesco neppure ad immaginare cosa significhi per un giapponese, un texano, un uzbeko, mettere piede per la prima volta a Roma. Tanto è abitudinario per un italiano vivere in mezzo all'arte e alla cultura.
C'è bisogno di apertura mentale, è necessario considerare sempre molteplici punti di vista. Senza parlare dei turisti attraverso luogni comuni, senza pensare a come truffarli facendo loro pagare un bicchiere d'acqua un euro. Il mondo si fa sempre più piccolo e affollato, in continuo movimento. Bisogna apprezzare, conoscere, anche quello che si trova fuori dal giardino di casa.

lunedì, giugno 23, 2008

Prove sul campo

Sono stato a un concorso, di letteratura creativa. Forse più per la curiosità di capire in che modo funzioni questo genere di manifestazione piuttosto che per un'ambizione da scrittore. E per ironia della sorte sono dovute tornare a Bologna, nonostante le selezioni si tengano in tutta Italia; ma essendo una delle ultime prove non avevo molta alternativa. Ottima organizzazione e una bella location, un teatro che sa trasformarsi per accogliere l'arte in molteplici modi.
Il meccanismo è abbastanza semplice: una traccia da seguire, quasi sei ore di tempo per completare il tutto e un limite massimo per la lunghezza. A scuola l'avremmo chiamato semplicemente 'tema', ora lo definiamo 'estemporanea di scrittura'.

Il problema però è far rientrare tutto in 2550 battute. Chi ha un po' di dimestichezza con la funzione conteggio parole di word avrà già capito che si tratta di un po' più di mezza pagina. E condensare un racconto, un'emozione, una sensazione in così poche righe è un'operazione abbastanza complessa. Si punta tutto sull'impatto, sulla capacità di sintesi, sul creare un atmosfera con pochi aggettivi. Senza allontanarsi troppo da quella scaletta fissata dagli organizzatori.
Due tracce: una riunione di famiglia, con i suoi mille personaggi e un segreto custodito gelosamente. O un aeroporto affollato, un volo in ritardo e sguardi in sala d'attesa. Fate voi. Liberate la fantasia. In fondo, con le parole, nulla è impossibile.

giovedì, giugno 19, 2008

Ossi di seppia

Un bel mattino sono uscito di casa e mi sono diretto verso quel simbolo di quartiere che è il ponte di ferro sul Tevere. Ho imboccato lo stretto sentiero che porta alla riva, e ho incontrato un uomo che dormiva per terra: disorientato, stanco, mi si avvicina chiedendomi di comprargli una bottiglia d'aranciata. Io, più barbone di lui, non avevo in tasca neanche cinquanta centesimi; ma l'arzillo viandante ha aperto il sacchetto delle monetine e mi ha indicato la strada per il discount.
Al mio ritorno due persone dei servizi sociali gli stavano accanto, proponendogli di portarlo in un centro d'accoglienza, dove avrebbe potuto fare una doccia e avere un pranzo come si deve. Il barbone, con mia grande sorpresa, ha rifiutato, sdraiandosi irremovibile dalle sue posizioni.

Con questo cosa voglio dire: che ho scoperto dove si trova il discount. E che ci sono persone, pagate dal comune, che si occupano di monitorare la zona, aiutare i disagiati, evitare che siano abbandonate a loro stesse. Mi spiegano che con il nuovo sindaco molto è cambiato: sono stati abbattuti i campi abusivi, centinaia di persone sfollate, alcune trasferite nei centri permanenti, altre non si sa bene dove.
Non si può ancora capire se il problema è stato affrontato nel modo corretto, se c'è la possibilità di risolverlo. L'unica cosa che ora interessa e che non ci siano persone sulla strada. Che l'immagine della città sia di ordine e pulizia. Anche li, sotto il ponte di ferro, dove si accumulano gli scheletri delle baracche abbattute.

martedì, giugno 17, 2008

Azioni salienti

Nella notte resa silenziosa dalla partita decisiva degli azzurri, una figura scivola lungo la strada deserta. Pioggia battente, misto di umidità e calore calcistico. Camminando si ascolta di tanto in tanto un frammento di telecronaca, come uscito da una vecchia radio malandata, instabile. Alzando gli occhi si possono vedere qua e la stanze piene di luce gialla e sagome di persone, con gli sguardi rivolti verso la scatola che trasmette immagini.

E’ il momento di agire. La figura nel buio si avvicina al margine della strada, dove è stato gettato un antico mobile, di quelli di vero legno, ad angolo. In un attimo lo afferra e lo mette in spalla, avviandosi con passo spedito verso casa. Silenzioso e invisibile, nessuno si accorge di nulla.
Quando gioca la nazionale non esiste nient’altro.