martedì, febbraio 15, 2011

Senza parole

GIORNO 24, CUZCO, PERU'

Oggi non ho niente da dire. Difficile essere piu' chiari di cosi'.

lunedì, febbraio 14, 2011

Ymca

GIORNO 23, CUZCO, PERU'

Sono proprio maledettamente europeo. Credo di avere qualche difficolta' con l'altitudine. Ma faccio finta di niente, questa soddisfazione alla gente che ridacchia dei turisti mezzi storditi in cima alle montagne non gliela voglio dare.
La notizia e' che se vivessi in Peru' sarei un cocainomane. Nel senso buono del termine, comunque. Niente a che vedere con quello che siamo abituati a sentire. Semplicemente mi devo fare una tazza dietro l'altra di the' con le foglie di coca, l'unico rimedio per combattere i sintomi della mancanza di ossigeno. Buono, tralaltro. E fa passare la fame, la fatica, fa vedere piccoli arcobaleni per strada. No beh, non esageriamo. Pero' speriamo che aiuti.

Oggi sono rinchiuso nell'ostello dei gringos. Un posto dove nessuno parla spagnolo. Dove dopo pranzo si ridacchia guardando South Park. Abbiamo un tavolo da biliardo e uno da ping pong, la sala internet, in centro per le escursioni, l'happy hour. E un bar ristorante dove si guardano le partite. Oggi per un attimo hanno girato su Milan - Parma quattro a zero.
Lo staff e' simpatico, e ogni giorno in bacheca sono esposte le attivita'. E' un piccolo villaggio turistico. Per San Valentino c'e' la serata due di picche. Domani il torneo della Wii.
Non ho niente a che fare con tutto questo, mi trovo qua per caso. Adesso pero' vado che e' partita Ymca e devo fare il trenino. Altrimenti gli animatori non mi lasciano in pace. Dal finto sudamerica e' tutto. A presto.

domenica, febbraio 13, 2011

Ventiquattro

GIORNO 22, autobus LIMA/CUZCO, PERU'

Ventiquattro ore. In autobus, su e giu per le Ande, tra Lima e Cuzco. Che in linea d'aria sono poco piu' di cinquecento chilometri, ma diventano mille e cento seguendo il tortuoso percorso che lambisce l'Oceano Pacifico, si butta poi nel misterioso deserto di Nazca e infine su per le montagne, tornante dopo tornante. Partito alle undici, arrivato alle undici e un quarto. Un giorno quasi cancellato dal vivere su una poltroncina tra bambini che mangiano pannocchie e signore andine che raccontano barzellette in quetchua.

Un buon tempo considerando che abbiamo perso un paio d'ore intorno a mezzanotte per la rottura di un freno. E quando tutti gli uomini sono scesi a dare un'occhiata, secondo la vecchia teoria che piu' si guarda piu' si ripara, sono andato con loro. All'inizio erano un po' diffidenti. Ma quando hanno sentito che anch'io davo la mia teoria, come ogni uomo che guarda i lavori, si e' instaurato un rapporto di fiducia e complicita'. Quando siamo diventate quindici persone a guardare il meccanico che lavorava, lentamente mi sono defilato. Su cinquanta passeggeri mi sembrava ci fosse gia' un'ottima rappresentanza.
Resto del viaggio tranquillo. Impatto con Cuzco. Manca l'ossigeno. E sono ancora solo a 3400 metri. Ah, e viaggio nuovamente da solo. Imprevisti. Piove, stagione delle piogge a Cuzco. Ho preso un poncho. Citta' di gringos. Mi sento a meta' tra i peruviani che non mi sopportano in quanto turista e gli americani che non mi piacciono.
Obiettivo, acclimatarsi. Trovare una via, un modo di essere. Respirare.


sabato, febbraio 12, 2011

Coffee time

GIORNO 21, LIMA, PERU'

Che dire. Giornata un po' persa. Basso stato di salute, nottata in giro per Lima, addormentato su una panchina chissa' dove. Mai sottovalutare i cocktail della tradizione locale. Tale Pisco Sour. Che si fa con il Pisco, che e' tipo un alcolico nazionale che si fa con due tipi d'uva. E poi succo di limone, zucchero, ghiaccio, e un pizzico di angostura, che ci sta sempre bene.
Cosi' ti sembra leggero, estivo, tropicale e invece e' come buttar giu' grappa friulana. La tradizione comunque e' la tradizione, e andava rispettata. Poi bella gente e buon ambiente. Certo, un po' di mal di testa e la sensazione di ritrovarsi a un raduno degli alpini.

Per questo mi sono messo a cercare un caffe'. Che e' tanto italiano, lo so, ma e' l'unica cosa della quale e' difficile fare a meno. E' quel rituale che ti fa iniziare la giornata. E' il momento tra amici dopo pranzo. E' l'occasione per parlare e incontrarsi.
Ovvio, il sudamerica e' pieno di caffe'. Ma stile americano, in bicchieri alti, in caraffe da centro tavola. Solubile, il piu' delle volte. Tanto che ti portano la bustina e l'acqua calda. Insomma, dopo vari tentativi, ho chiesto un macchiato. E mi hanno fatto un caffelatte con la schiuma. L'espresso e' il caffe' lungo. Il lungo, e' una pentola formato famiglia.
In fondo, basta solo sapere cosa chiedere.

venerdì, febbraio 11, 2011

Mario il cinese

GIORNO 20, LIMA, PERU'


Gli italiani sono in ogni angolo del mondo. Come i cinesi. E infatti, persino a Lima, c'e' una piccola chinatown. E cosa fanno i cinesi? Aprono ristoranti. Chiaro. Scontato.
Ma e' tutto un po' diverso. Non sono un'entita' a parte, come da noi. Sono parte di un tessuto sociale complesso e variegato. Ci sono addirittura dei camerieri peruviani, nei ristoranti cinesi. La salsa di soia e' insieme ai condimenti tipici andini. Si vogliono tutti bene, credo.
Perche' qui non c'e' la competizione sfrenata, l'arrivismo che invece domina il nostro paese. E i cinesi fanno prezzi normali, non stracciati, in linea con quelli degli altri ristoranti. Cosi' la gente non li odia. E parlano un bello spagnolo, senza accenti strani e parole strascicate, pronunciano anche le erre. E diro' di piu'. Parlano bene anche il romano. Lo dico sempre, facciamo un giro da Mario il cinese, che e' tanto simpatico e sono anni che non ci fa lo scontrino. Solo l'italiano e' indigesto. Come un involtino primavera rimasto sul fondo del sacchetto del take away.

Gli stranieri qui sono altri. Siamo noi. I gringos, gli americani arroganti. Certo, noi non siamo americani, ma non fa differenza. Non si distingue tra turisti, tra blankitos. Tutti uguali. Una donna me lo ha proprio detto in faccia, dovete smetterla di venire qui a rubare i nostri soldi. Sono cose che fanno male. Perche' fai di tutto per apprezzare una cultura, un paese. Parli con le persone come se fossero fratelli, sei estremamente disposto ad accettare, provare, vivere. Almeno per me e' cosi'. E invece sei l'ennesimo gringo pieno di soldi che sfrutta e disprezza.

Ma lo posso capire. La prima cosa che la gente pensa, quando parlo di un viaggio, e' che ho un sacco di soldi. Piovuti dal cielo, ovviamente. Europei o sudamericani non fanno differenza. Non sanno che in realta' non e' il denaro che ti permette di viaggiare. Non sanno che magari hai rinunciato a tante cose per tenerti da parte quei pochi euro. Soprattutto non sanno che occorre meno per viaggiare in giro per il mondo che per vivere la vita di ogni giorno.

giovedì, febbraio 10, 2011

Stessa spiaggia stesso mare

GIORNO 19, TRUJILLO, PERU'

Ho visto uno stadio per le partite di ping pong. Credo una delle cose piu' inaspettate di questo viaggio. E' come lo stadio del tennis, tondo, alto. Ma al centro c'e' un tavolo da ping pong. A Trujillo, che e' una bellissima citta' peruviana quasi sul mare. Uno dei quei posti dove si prende il gelato la sera, si vedono i gabbiani in cielo, ci sono le feste in piazza ma il mare non si vede. E come camminare sul lungomare, ma l'acqua non c'e'. E' sette, otto chilometri piu' in la'. Una citta' incompiuta, un piccolo errore di calcolo del piano regolatore ed ecco che una lunga fila di panchine da mare, uno stand di granite e la casetta di un bagnino si trovano a mezz'ora dalla spiaggia.

E allora facciamocela questa mezz'ora. Si esce di citta'. Ricomincia il deserto. E ci si imbatte in un capolavoro dell'umanita'. E' la citta' perduta (e ritrovata) di Chan Chan, un insediamento precolombiano che si estende per chilometri e chilometri. Muraglie incise con figure di guerrieri, stelle e pesci. Ci siamo, mi dico. Si sente anche il rumore delle onde, a tratti, portato dal vento. L'altare sacrificale. Le tombe. La sala vip, dove i sacerdoti si preparavano ai rituali, ingresso solo in lista. La piazza. E poi basta. Muro conclusivo, immenso, dodici metri d'altezza ad impedire la vista verso qualsiasi cosa sia dall'altra parte.
Camminata nel deserto, tra vento e polvere, per tornare alla strada principale, a qualche chilometro di distanza. Appuntamento con il mare rinviato.

mercoledì, febbraio 09, 2011

Machete

GIORNO 18, PIURA, PERU'


Il deserto. L'autobus viaggia sfrecciando su una lingua d'asfalto che sembra non avere fine. Per cinque ore attorno solo sabbia, rocce. Qualche montagna buttata qua e la, un paio di cespugli. La terra e' rossa, il sole anche. Non sapevo neanche ci fosse un deserto in Peru'. Il panorama e' affascinante. Forse e' la prima volta che viaggio di giorno, e' uno spostamento breve, sei, sette ore. Non c'e' assolutamente nulla attorno. E all'improvviso sale sull'autobus un venditore di cornetti, uscito da chissa' dove. Certo, i cornetti invece che essere alla marmellata sono ripieni di pollo e cipolla, ma non credo che nel mezzo del deserto si possa stare tanto a sottilizzare.

L'autista per deliziare il nostro viaggio mette un film. E' Machete. Machete e' forte. E' la storia di un tipo, che si chiama Machete. Era nei servizi segreti, nella Cia e nell'Fbi. Usava un machete per uccidere i cattivi con i mitra e le pistole. Poi gli hanno fatto fuori la famiglia, e lui ha iniziato a vivere per strada. E' messicano, e clandestino negli Stati Uniti. Non ha neanche piu' il suo machete. Poi un giorno i cattivi lo ingaggiano per uccidere un senatore contrario all'immigrazione, anche lui cattivo, che e' Robert De Niro. Il capo dei cattivi, che comunque e' anche amico del senatore, e' Steven Seagal. Quando portano Machete nel covo segreto, gli danno un arma, che e' un fucile di precisione. Ma per sicurezza lui prende anche un machete.
Ma e' una trappola. Vogliono solo uno da accusare per l'omicidio. E allora Machete si arrabbia. Con i suoi amici, un prete e una venditrice di tacos, mette su una banda. Che ha tutti gli immigrati clandestini dentro. E si riprendono la frontiera. Alla fine Steven Seagal affronta Machete. Lui ha due katana giapponesi, Machete due machete. E sei piccoli machete sul gilet da battaglia. Sembra che il cattivo vinca. Ma Machete ha solo fatto finta di perdere, e vince.
Sara' stato il deserto attorno, il viaggio, i cornetti al gusto di pollo. Ma mi e' sembrato il film giusto al momento giusto. Grazie autista, grazie Machete.

martedì, febbraio 08, 2011

Il freddo

GIORNO 17, CUENCA, ECUADOR

Il Freddo e' un personaggio di Romanzo Criminale. Non c'entra niente con quello che scrivo, ma fa audience. Invece quello che centra e' che in montagna fa freddo. All'equatore, sembra strano, fa freddo. Specialmente se piove giri con la sciarpa e la giacca a vento. Freddo freddo e' l'originalissimo nome di una gelateria di Cuenca. La catena del freddo e' il mantenere costante la temperatura di cibi surgelati e congelati per evitare che si rovinino o si creino microbi e batteri. In Sud America pare non sia conosciuta, mangi sempre quei gelati confezionati che si sono sciolti nel trasporto e si sono ricongelati in forme bizzarre.

Poi prendi un autobus, e in breve arrivi a una nuova frontiera, perche' l'Ecuador e' proprio piccolo piccolo, buttato li' in mezzo al continente. E al posto di blocco, in fila a farsi timbrare il passaporto, c'e' gente con le ciabatte. E il costume da bagno. Un asciugamano sulle spalle, giusto perche' nell'autobus c'e' il freddo. Dell'aria condizionata. Ma capisci, o almeno intuisci, che in Peru' c'e' il caldo. E non puoi fare a meno di sorridere mentre con la tua giacca a vento cammini accanto al popolo della spiaggia.

lunedì, febbraio 07, 2011

Sotto le nuvole

GIORNO 16, QUITO, ECUADOR

Legge universale di Quito. La mattina c'e' il sole, il pomeriggio piove. E siamo a tremila metri d'altitudine, il che significa che ti accorgi di essere all'equatore solo perche' il sole tramonta in quattro minuti, non certo per il clima.
La pioggia. Ecco qualcosa a cui non sono preparato. L'ho vista poco fino ad ora, un pomeriggio in Colombia e una notte in Venezuela. Devo trovare qualcosa per il mio zaino. E' un problema far asciugare i vestiti mentre si viaggia. Non credo si possa attaccare una fila di calzini al finestrino dell'autobus. Non e' elegante, e nemmeno pratico. Svolazzano troppo.

E poi da stasera, per un paio di settimane, non viaggio piu' solo. Mi segue una ragazza tedesca che studia a Quito, e che fa parte della stessa splendida community di viaggiatori nella quale mi trovo anch'io. Sara' strano. Mi ero abituato a un contatto da 'Into the wild' con i paesi che attraversavo. A tempi solo miei. Staremo a vedere.

domenica, febbraio 06, 2011

La frontiera

GIORNO 15, RUMICHACA, frontiera COLOMBIA - ECUADOR

Per sicurezza personale e delle persone coinvolte, nonche' per evitare problemi con la giustizia internazionale, non raccontero' tutto cio' che e' successo oggi alla frontiera di Rumichaca. Ufficialmente, dopo il mio arrivo in Venezuela, sono misteriosamente scomparso e ritrovato in stato confusionale nella cittadina di Tulcan, in Ecuador.

Tutto quello che si vede nei film d'avventura, come episodi di corruzione, passaggi di confine nascosti da una coperta, perquisizioni e posti di blocco, mazzette, sono pure invenzioni di fantasia. Episodi lontani dalla realta' dei fatti.

Comunque, dopo l'ennesimo autobus, sono a Quito. Dall'altro lato dell'equatore. Maggiori dettagli ve li raccontero' di persona al mio ritorno. In un luogo sicuro. Lontano da orecchie indiscrete.

sabato, febbraio 05, 2011

The terminal

GIORNO 14, POPAYAN, COLOMBIA,


Seduti in una sala d'attesa il pensiero raramente va al viaggio, al cammino che ci aspetta. O a quello che e' trascorso, ai ricordi vicini o lontani di una giornata o di una vita. La mente si concentra sempre sull'attesa. Seduti ad aspettare il prevedibile, con gli occhi che si spostano mollemente dai capelli arruffati della signora sulla panchina al banco dei panini del bar di fronte.
Cosi', piu' o meno, iniziava la mia tesina per la maturita'. Chissa' dove volevo arrivare. Il succo del discorso era che il futuro si costruiva tornando al passato. Che l'originalita' era riproporre l'antico nel nuovo.

Mi viene da pensarci dopo tutte le ore trascorse tra autobus e terminal. La scorsa notte dodici ore da Bogota' a Popayan. E questa sera via, di nuovo, sette ore per arrivare al confine. Mi piacciono le stazioni. Gli aeroporti. La gente indaffarata che trasporta valigie e pacchetti. Tutto quel movimento che non porta a nulla. Mi siedo. Mi alzo. Prendo un caffe'. Mi siedo. Cammino. Guardo una vetrina. Sfoglio un giornale.
Luoghi dove il tempo e' tutto, e niente. Dove il piu' delle volte non riconosci neppure la citta' o lo stato dove ti trovi, nascosti da pareti di acciaio e cristallo, banchi d'informazione, seggiolini neri.
Penso che potrei vivere in un terminal, in un aeroporto, come un nuovo Tom Hanks incastrato dalla burocrazia e costretto a sopravvivere in sala d'attesa. Mi muovo sorprendentemente bene in spazi sconosciuti, mentre la gente arranca tra i cartelli d'indicazione e gli avvisi dell'interfono.

In fondo e' una parte di viaggio anche questa. Che ti regala tempo per pensare, progettare. Per rivivere in modo rilassato la quantita' di stimoli che una giornata in terra straniera ti butta addosso. Per riappropriarti semplicemente di quello che ti sfugge nella fretta del tempo che corre.

venerdì, febbraio 04, 2011

Ariosto, il meglio per il vostro arrosto

GIORNO 13, BOGOTA', COLOMBIA

Mi sono sempre chiesto perche' esistono gli aromi per i cibi. Forse perche' non hanno piu' sapore. Come il leggendario Ariosto. Ovvero, aggiungi il sapore di arrosto al tuo arrosto. Tanto vale comprarsi una rosetta, spolverarla di Ariosto, e fingere il cenone del giorno del ringraziamento. O versarlo sul pacchetto delle gomme, e andare in giro masticando tacchino con patate.
Questo solo per dire che mi sono concesso il primo pranzo completo. E un pollo cosi' in Italia non mi capita mai di mangiarlo, tranne il giorno di pasquetta quando la nonna butta in tavola l'anatra cresciuta in cortile.

Adesso non voglio dire che in Colombia sia tutto sano e genuino. Ma in quel ristorante, sicuramente si'. Certo, chiamarlo ristorante e' un po' esagerato. E' una stanza piastrellata con due file di tavolini da fast food, quelli con gli sgabelli inchiodati a terra. La serranda alzata che sembra di entrare in un garage. Nessuna insegna, solo un cartello scritto in pennarello nero che annuncia menu' completo a 4000 pesos. Un euro e ottanta. E questo basterebbe a convincermi. E in piu' e' pieno di gente. Niente turisti, ancora meglio.
Zuppa di verdure come primo. Poi pollo al forno con patate. Un piatto di misto verdure, lenticchie e riso. Da bere limonata. Certo, accostamento azzardato, ma tutto sommato riuscito. Al servizio totale, preciso e puntuale per quanto spartano, darei tre stelle michelin.
E sicuramente mi riprometto di segnalarlo in una mia personale riedizione del Gambero Rosso.

giovedì, febbraio 03, 2011

Vite parallele

GIORNO 12, BOGOTA', COLOMBIA


Sentirsi a casa ed essere dall'altro lato del mondo. E' incredibile come una citta' possa entrarti nel cuore, come si possa condividere cosi' tanto con persone cresciute in ambiente, cultura e tradizioni differenti.
Sono nel quartiere della Candelaria, il centro storico della citta' ma anche una sorta di roccaforte universitaria, piena di spazi d'epressione, luoghi d'incontro, teatri e locali. Quasi sulla cima della collina, che da li a poco si trasforma in aspra montagna, si trova una piazzetta, plaza del Chorro de Quevedo. Sembra di stare nel centro di Bologna.

Gente seduta sui gradini a leggere col sole sulla fronte, un attore da un lato che intrattiene un gruppo di studenti, giocolieri e muri dipinti. Una giornata alla scoperta di vicoli stretti e colorati, vitali. E poi bella serata in un locale sulla settantesima con la community di viaggiatori della quale faccio parte.
A ridere con un professore di filosofia che ha provato a lavorare in Italia, e si e' ritrovato a distribuire volantini per le strade di Seregno. A parlare con una ragazza afro spagnola che fa la volontaria a Bogota'. A insegnare a un gruppo di colombiani come gli italiani parlano muovendo le braccia.

E sentendo che il mondo e' tutto li. E' esperienza e racconto. Indifferente trovarsi in un bar della Garbatella o sulla cima dell'Everest. Sono le persone, con il loro bagaglio di vita ed emozione, a rendere speciale un incontro, un momento. Sono le persone, che per quanto diverse possano essere, ti fanno sentire a casa.

mercoledì, febbraio 02, 2011

Corri, Forrest

GIORNO 11, BOGOTA', COLOMBIA


Sto correndo come un pazzo. Senza pausa, scivola tutto con una velocita' incredibile. Solo la giornata e' lenta, immensa, infinita. Piena e vuota, bianco e nero di una stessa sensazione.
Ma i chilometri non sono nulla. Le frontiere, appena accennate. Anche questa notte otto ore in autobus. Non e' tanto il nuovo, l'incontro, lo sconosciuto, l'esperienza a essere determinante in questo momento. E' il viaggio, la corsa. Essere un puntino che si muove sulla mappa.

Domani sono ancora qui. In diretta, da dove sto scrivendo, un ostello di fattoni nel centro storico di Bogota'. C'e' anche la sauna, lo devo dire. In fondo, siamo in alta montagna, 2600 metri. Anche se non sembra. Domani sera ho un incontro con un po' di gente della citta'. Ed e' giovedi. Venerdi' mattina, mi svegliero' ancora nello stesso ostello di fattoni. E domenica sono in Ecuador. Come, davvero non lo so.

martedì, febbraio 01, 2011

Siempre viva l'ipnorospo

















GIORNO 10, BUCARAMANGA, COLOMBIA

Giornata tranquilla. Di quelle che ti fanno riprendere il fiato. Un bus urbano a caso e mi ritrovo nel pueblito di Giron, che sembra uscito da un cartone animato. Casette bianche, ponti di roccia che attraversano il fiume, chioschetti dei gelati. Bambini che corrono, aquiloni, una scimmietta che suona il tamburo... beh, quasi. Dagli Appennini alle Ande. Il dolce Remi'. Cose di questo genere.

Nel pomeriggio Bucaramanga. File di banchetti che fanno spremute di mandarino. Di venditori che illustrano le proprieta' magnifiche di uno schiacciapatate. Appena sollevi lo sguardo, attaccano con la parlantina. "Le qualita' di questo prodotto sono tali che mai piu' nella vita vorrete schiacciare verdure con altri attrezzi". E via dicendo. E' un continuo, un mescolarsi di parole e aggettivi e di una formula rituale che apre ogni discorso, che richiama l'attenzione. 'A la orden'. Tradotto piu' o meno in 'a tua disposizione'.
Obiettivo, fuggire lo sguardo ipnotico. Altrimenti rispondere, con spiccato accento italiano, 'buona serata anche a lei'!

lunedì, gennaio 31, 2011

Romanzo criminale

GIORNO 9, CUCUTA, COLOMBIA

Difficile spiegare una serie di avvenimenti da telefilm poliziesco degli anni settanta. Diciamo solo, risveglio a San Cristobal, vicino alla frontiera. Autobus per Cucuta, Colombia. Zona malfamatissima nei pressi della stazione e un poliziotto con un fucile a canne mozze. Giro in centro, mi siedo al parco. Prende fuoco una macchina.
Poco dopo mi si avvicina un ragazzo che vende cd. Si parla del piu' e del meno. Se ne va e se ne avvicina un altro. "Non ci devi parlare con quello, non hai visto che ha una basetta lunga e una corta? E' il riconoscimento dei membri della banda degli Airones." Ok, volevano rubarmi lo zaino e stavano saggiando il territorio. Il tipo mi offre anche un caffe', almeno non e' andata del tutto male.

Grazie. Me ne vado, torno alla stazione degli autobus. Non e' la citta' giusta. Vado a Bucaramanga. Almeno dormo in viaggio. C'e' un servizio passeggeri, che e' piu' o meno un taxi, in partenza. Sono 40.000 pesos. E e' ufficiale, il mio bancomat non funziona.
"Signori, questo e' quanto vi posso dare". Cavo dalle tasca l'inimmaginabile. 10.000 pesos, 70 centesimi di euro, 4 bolivares, una caramella. Affare fatto.

Salto in macchina, saranno duecento chilometri. L'autista e' un disgraziato. Come tutti quelli che guidano su questa strada, che e' fatta di tratti d'autostrada e carraie di montagna. Sorpassa un camion in curva in prossimita' di un ponte. Fa volare un pedone con il semplice movimento dell'aria. Poi, uno scoppio. Abbiamo bucato.
Fermi nella notte, in un buio cosi' buio che e' difficile da immaginare, senza corsie d'emergenza. Ok, uno si sbraccia verso i camion che arrivano lanciati con le loro luci led. Uno illumina la macchina con la torcia. Uno cambia la ruota. Uno prega.
Inizia a piovere. La nuova ruota e' un po' piu' grande e quindi sbatte contro il parafango. Andiamo in giro facendo il rumore di un Ciao. La polizia ci ferma solo tre volte per controllare il bagagliaio. Al gran premio della montagna ci saranno zero gradi, ci fermiamo a comprare una tanica di benzina, un caffe' e un pezzo di formaggio. Il gestore e' infatti contrabbandiere, barista e produttore tipico.

In compenso Bucaramanga e' un'altra Colombia. Bella, ordinata, precisa. E soprattutto tranquilla.

domenica, gennaio 30, 2011

La mia casa ambulante

GIORNO 8, MERIDA, VENEZUELA

La mia casa ambulante avra' ancora due gambe, e i miei sogni non avranno frontiere.
Per fortuna ogni tanto mi tornano in mente frasi come questa. Che ridanno carica. Vita. Che tolgono quel velo di stanchezza.
Giornata difficile. Va detto che la prima settimana di ogni viaggio e' sempre la meno semplice da affrontare. Il corpo non e' abituato. La testa non assimila. Il cuore non si spoglia delle sue vesti europee facilmente. L'occhio cerca sempre il confronto, la differenza. Meglio noi, meglio loro.
Giornata difficile, appunto. Iniziata con 5 bolivares in tasca. Contanti finiti. A conti fatti, un euro e qualche cosa. Due spesi per una scheda telefonica. Uno per un quarto d'ora su internet. E basta.

Perche' va detto che i prezzi qui sono forse piu' alti che in Europa. Per darvi un'idea, un menu' da McDonald's costa 44 bolivares. Che sono quasi nove euro. Le uniche cose sulle quali si risparmia: autobus, telefono, benzina. A livello incredibile, poco meno di un euro per fare un pieno. Ma, evidentemente, io non vado avanti a benzina.
Quindi tutto fermo. Niente soldi, niente cibo. Bancomat e carta vuote per assurdi tempi bancari.

La lunga attesa. Il ragazzo che dovrebbe ospitarmi ha il telefono staccato. Capita. Mi siedo a leggere. Cavie, di Chuck Palahniuk, partito dall'Italia. Due capitoli e una chiamata inutile. Due capitoli e un giro in citta'. Due capitoli e razioniamo l'acqua, perche' costa e quella delle fontane non si puo' bere.
Le pagine scorrono. La quarta di copertina incombe.
Poi la sera verso il terminal degli autobus. Ennesimo tentativo a uno sportello bancomat, e questa e' la volta giusta. Ma ormai c'e' troppa strada tra la citta' e il sottoscritto. Cena al volo e un biglietto d'autobus per San Cristobal, alle tre del mattino.
Questa notte si fanno le ore piccole.

sabato, gennaio 29, 2011

Writerismi andini

GIORNO 7, MERIDA, VENEZUELA

Primo contatto con le Ande. Dopo una notte in autobus da dodici ore mi risveglio a Merida, dall'altro lato del paese. Avamposto venezolano sulle Ande, ridente cittadina a 1400 metri d'altitudine. Alle sue spalle una parete continua di roccia con una cima aguzza che taglia le nubi. E' il Pico Bolivar, 5200 metri.
Da oggi si comincia a salire. Si inizia a sentire un'aria diversa. Sottile, leggera. Bisogna abituarsi alla svelta. Convincere i globuli rossi a correre e farsi forza. A suon di reggaeton, credo sia la cosa migliore.

Merida per il resto e' un simpatico agglomerato di case a meta' tra la cultura andina e il suo essere venezolana. Ha una plaza Bolivar, un avenida Bolivar, la montagna Bolivar. Sulle schede telefoniche vedi il viso di Simon Bolivar, cosi' come sulle monete, i Bolivares. E nonostante siano passati duecento anni dalle imprese del mitico Libertador, sa come stare al passo con i tempi. E' infatti il personaggio che apre ogni murales della citta'. E del resto del Venezuela.
Un personaggio che e' mito e leggenda, ma soprattutto simbolo e quotidianita'.

venerdì, gennaio 28, 2011

Full

GIORNO 6, CHORONI, VENEZUELA


Full e' un termine della lingua inglese che significa pieno, completo. E' di uso comune in Venezuela, il paese piu' americanizzato del continente.
Ma filosofeggiando sul significato del termine, si potrebbe dire che "pieno" acquista il proprio valore solo se si definisce il concetto di limite o misura. Ovvero, un bicchiere e' "pieno" quando il liquido raggiunge il limite del contenitore. Un autobus e' "completo" se ha cinquanta posti e cinquanta passeggeri.

Ma forse le cose sono un po' diverse. Ho ordinato un 'perrito caliente full'. Che sarebbe un hot dog completo. Traduzione, due fette di pane contenenti: wurstel, formaggio, prosciutto, cipolla, insalata, pomodoro, patate fritte, ketchup e maionese. Il tutto spolverato di parmigiano. Servito in un piatto che apparentemente non contiene tracce del suddetto panino, sepolto da una piramide di ingredienti. Il potere del full.

mercoledì, gennaio 26, 2011

La tana delle tigri

GIORNO 4, MARACAY, VENEZUELA

Primo assaggio di vita vip in Sudamerica. Serata trascorsa in elegante club privato a bordo piscina mentre su nove schermi al plasma passa l'attesa finale del campionato venezolano di baseball. In campo i Tigres di Aragua, squadra locale di Maracay, contro i Caribes.
Il funzionamento del baseball appare abbastanza semplice: una squadra lancia, una batte. Il battitore colpisce la palla e inizia a correre. Se riesce a fare un giro di campo, ha segnato un punto. Se pero' gli avversari prendono la palla al volo, o la raccolgono e riescono a lanciarla a una base prima che il battitore l'abbia sorpassata con passo agile e ben disteso, il giocatore e' eliminato. Ogni tre eliminati, si invertono i ruoli. Tu lanci, io ricevo. Per nove inning, racchiusi in tre periodi di gioco da tre inning l'uno. E poi ci sono gli strike. Tre. Che se non sono strike sono ball. Che se sono quattro hai regalato una base. Che se hai le basi cariche e fai un fault la gente si arrabbia. Che se il lanciatore non lancia al battitore ma a una base tu ci devi essere. Altrimenti ti elimina. Insomma, facile.

Per fortuna nella mia collezione di film sportivi spicca "Major League - La squadra piu' scassata della lega", e cio' mi permette di fare una discreta figura di fronte alle domande inquisitorie dei sostenitori dei Tigres. Almeno a livello teorico.
Perche' c'e' un grosso problema nello seguire il gioco: le divise sono tutte uguali. Pantaloni bianchi e giacca blu. Il caso ha voluto in finale le uniche due squadre con gli stessi colori sociali. Cambia solo la scritta ricamata a caratteri rossi sul petto. E devi stare attento. Perche' se sbagli ad applaudire non e' il massimo trovarsi attorno il Tigres fan club.
L'unica cosa che risulta chiara e' che a ogni inning c'e' un attimo di pausa. E parte il reggaeton. E ognuno si riempie il bicchiere di ghiaccio dal cestello al centro del tavolo. E di coca cola. E di rum. Santa Teresa gran riserva, ovviamente.