martedì, gennaio 25, 2011

Trafficante

GIORNO 3, CARACAS, VENEZUELA

L'ultima sera a Caracas e' all'insegna della vita criminale. Che non fosse propriamente una citta' legale e trasparente mi era parso ovvio fin dall'arrivo in aeroporto, quando un poliziotto mi aveva avvicinato per cambiarmi denaro illegalmente. Anche con un prezzo discreto. Pratica tralaltro diffusissima, tanto e' vero che buona parte dei dollari che avevo con me hanno fatto un viaggio al mercato nero e sono tornati in bolivares con un tasso di cambio di 7 a 1. Senza commissione. 6 a 1 il prezzo della polizia. 5 a 1 per strada, dal venditore di spiedini. 4,3 il tasso ufficiale. Al quale va tolto un dieci per cento di commissione della banca o dell'agenzia, il che ti porta ad uno scarsissimo quattro.

Fatto sta che l'amico che ha gentilmente moltiplicato i miei pochi dollari per sette, quella sera mi propone di andare con lui a vendere rum di contrabbando. Saliamo in macchina e voliamo sull'autostrada che collega il piccolo pueblo dove mi trovo all'immensita' di Caracas. Nel bagagliaio tintinnano le bottiglie di rum Santa Teresa gran riserva.
Il discorso e' che la legge vieta a bar e negozi di vendere alcol dopo le nove di sera. Per questo alcuni studenti si sono inventati 'the ron delivery'. Consegna a domicilio. Con ambizione di allargare il giro offrendo un kit completo di rum, coca cola, ghiaccio e bicchieri da cuba libre. Tradizione irrinunciabile per combattere il caldo estivo e aiutare la concentrazione nello studio.

'Anche il padrino ha iniziato con il contrabbando di liquori'. Mi dice con simulato accento siciliano. E via, nella notte, verso un'altra consegna.

lunedì, gennaio 24, 2011

Relativita'

GIORNO 2, CARACAS, VENEZUELA


Tutto molto differente. Sfasato. Sveglio alle sette, senza motivo, con un sole alto e luce innaturale. Stiamo a meno cinque ore e mezza rispetto alla vecchia Europa.
La citta' immensa. Caracas. Una lingua di terra distesa tra due file di montagne. Boulevard di edifici eleganti e piccole case colorate disperatamente aggrappate ai fianchi delle colline.
Un paesaggio da videogioco. Boschi di palme e un fiume melmoso di macchine che invade la pianura. Ford degli anni 70, Chevrolet e macchine ultramoderne. Una Mustang rossa da boss della malavita. Gente in piedi sui pick-up. Appesi fuori le porte dei pulmann.

Colazione all'universita'. Arepa e spremuta. Un bus blu striato di bianco per Chacaito. E poi a caso.
Tra chioschi improvvisati agli angoli delle strade, tra venditori di ghiaccio e caffe'. Tra signore che si connettono a facebook con il blackberry. Tra chi cerca di rifilarti uno spazzolino per poter guadagnare quei pochi spiccioli per poter mangiare a fine giornata. Un paese di contrasti, violenti, che hanno il colore socialista dei mattoni delle favelas e i riflessi delle pareti specchiate dei grattacieli.

Serata a 'Il Teatro', bel locale a meta' strada tra l'intrattenimento artistico e la discoteca. Serata di stand up comedy. Quattro comici sul palco che infiammano il pubblico usando come argomenti le donne e la politica. Per essere cosi' lontano da casa, non mi sembra che in fin dei conti il mondo sia tanto differente.

domenica, gennaio 23, 2011

Blocchi di partenza

GIORNO 1, CARACAS, VENEZUELA

Atterro quasi senza rendermene conto. La notte precedente non ho dormito. Forse per i preparativi, per l'emozione, l'indecisione. Su quello che e' necessario e quello che non lo e'. Ho trovato qualcosa da fare fino alle cinque del mattino. Poi via, in aeroporto. Con un soddisfacente bagaglio a mano. E basta. Sette chili e duecento grammi.

E in un attimo Madrid. Aeroporto immenso. Mezz'ora di cammino per arrivare al terminal U.
E via di nuovo, si decolla. Sonno. Penso di aver dormito per piu' di meta' oceano atlantico. Ricordo a tratti un hamburger che galleggia in un pure' di spinaci. Una camminata lungo le cinquanta file di passeggeri. Una tazza di caffe'.Un film annunciato del quale non ho visto neppure un fotogramma.
Quando mi risveglio per l'ennesima volta il display segna un puntino rosso sulla costa venezolana. Caracas. L'inizio di un viaggio.

sabato, gennaio 22, 2011

Spiegazioni ai gentili lettori

Questo blog era nato nel 2007 per raccontare un viaggio a Valencia, per essere un filo diretto con gli amici a casa e un punto di vista differente sulla Spagna e sul mondo. Poi e' diventato un diario di vita, a Bologna. E un romanzo on the road, a zonzo in Europa. E poi di nuovo quotidianita', a Roma.
Ma un giorno tutto cio' non ha piu' avuto motivo di esistere. E penso non ne abbia neppure ora.

Ma l'occasione di raccontare il viaggio che sto per intraprendere non me la voglio perdere. E se qualcuno vorra' leggere queste poche righe, mi fara' piacere. Perche' e' un modo per sentirsi vicini. Per condividere. Per scoprire ogni giorno come le cose appaiono differenti a secondo del lato dal quale si guardano.

mercoledì, gennaio 21, 2009

En una noche

Mi ero quasi dimenticato di quanto sia bella la notte. Silenzio attorno, tempo relativo, immagini sfumate in un generale senso di quiete.
Ricordo che c'è stato un periodo nel quale tornavo a casa la notte e scrivevo. E ogni volta qualcosa di particolare colpiva la mia mente, faceva scattare un meccanismo che poteva lasciarmi anche per ore a riflettere o semplicemente a guardare il soffitto, ad ascoltare una canzone. Senza il continuo martellare della società moderna, senza gli strepiti di apparecchi televisivi, senza la fretta di doversi riposare assolutamente.

Sarà forse perchè ogni cosa di notte ha una diversa sfumatura, o perchè le ore scorrono senza fretta, ma tutto mi sembra più chiaro, più semplice. Sarà anche perchè in città il contrasto tra le due parti del giorno è fortissimo, dalla confusione al nulla, dallo stress al relax.
E questo accentua un nuovo punto di vista: non mi sembra di buttare le giornate, che iniziano molto più tardi del solito. Perchè la notte, con il suo fascino immobile, mi regala la voglia di creare ed esprimere. Ed è questa l'unica cosa che conta.

martedì, gennaio 20, 2009

Waiting list

Periodo di cambiamenti, nervosismo alternato, intermezzi di felicità immotivata. Le mie giornate nell'ultimo periodo sono fatte soprattutto di riflessione, immaginazione, ricerca di stimoli e obiettivi. Relazioni sociali, poche, e qualche passaggio nel virtuale. Perchè ora sembra più facile tenersi in contatto con le persone alle quali teniamo. E, rovescio della medaglia, è più difficile eludere chi avevamo cancellato dalla memoria e dalla lista degli amici.
Ho scoperto che non mi piace che troppe persone si interessino della mia vita privata. D'accordo, lo sapevo già, e ho sempre esagerato in questo senso, raccontando poco, a tratti, senza dare mai informazioni complete e precise. Ecco perchè ho un profilo di social network così anonimo, ecco anche perchè questo blog è sempre così scarso nei riferimenti alla vita concreta. Ma nello stesso tempo mi sono reso conto che vorrei condividere emozioni e sentimenti con certe persone, e che invece tengo sempre tutto per me, in una sorta di gelosia fine a se stessa.
In fondo si tratta solo di periodi, nientaltro. Nei quali è bello non dover rendere conto a nessuno, nei quali non si è sotto gli occhi di tutti per una scelta azzardata. Nei quali ogni piccolo evento può giocare un ruolo determinante.

domenica, gennaio 04, 2009

Tre pensieri di inizio anno

Fra poche ore sarà l'alba della prima domenica dell'anno. Non si tratta di un giorno particolare, nè si celebra una qualche ricorrenza, nè è successo alcun avvenimento degno di essere ricordato. Eppure mi piacerebbe fissare questa domenica nella mente come un giorno abitudinario, carico di una bellezza semplice, dato dalla città che silenziosa si distende nel freddo invernale.
La notte è piena di musica. Ho scoperto di abitare sopra un pub, che avevo intravisto passeggiando, e che ora ritrovo curiosamente sotto la finestra di casa. Voci allegre si mescolano a sbadigli e a una selezione di rock anni ottanta. Un suo confuso, piacevole, sommesso. Una macchina di tanto in tanto irrompe con un fruscio di marce tirate e foglie che scricchiolano.

Domani è l'ultimo giorno in scena per lo spettacolo che ormai mi accompagna da tre mesi. E che mi ha segnato, nel bene e nel male, portandomi forse a scelte non così semplici. Vedrò le quinte, gli oggetti, sciogliersi lentamente per lasciare spazio al palco vuoto. E nella notte crescerà una nuova scena, un nuovo ambiente, che mi convolge in modo differente, che piano piano mi induce a riaprire il cassetto dei sogni e a scegliere il più bello, il più nascosto.

Un susseguirsi di sensazioni non mi da pace. Non cerco certezze, risposte, segnali. Ma nulla è chiaro o definito. E capire quali siano i passi da muovere in questo inizio d'anno è un'impresa dal risultato incerto.

sabato, gennaio 03, 2009

We can start all over again

E' giunta un'altra volta l'ora di cambiare casa. Resto a Roma, mi sposto solo di un paio di chilometri, resto nell'ambito del conosciuto almeno per le vie che incontro, i tavoli dei ristoranti, le linee tortuose degli autobus. Ma ogni volta che trasloco rivivo un insieme di emozioni contrastanti, fatte di piccoli ricordi, oggetti nascosti. Passo in rassegna gli ultimi mesi. Affondo le mani nel cassetto del comodino, ritrovo di inutilità, biglietti gettati, scontrini sbiaditi, tappi di bottiglia.
Preparo subito uno zaino che mi consentirebbe di vivere tranquillamente per i prossimi sei mesi. E poi inizio a spostare la massa di oggetti superflui che mi circonda. Ogni volta penso che ridurrò il tutto all'indispensabile, all'essenziale, per affrancarmi dalla schiavitù del consumismo, dal dilemma di come abbinare un pantalone nero con una maglietta rossa. E invece eccomi da capo.

E allora esco, nella notte, con indosso una felpa, un gilet e una giacca dell'abito. Per non sgualcirli. E un cilindro in testa, l'eskimo, la kefia, lo zaino da viaggio, lo zainetto, la borsa del pc. Che, tra l'alimentatore e le cuffie, accoglie volentieri anche un paio di lenzuola, una bottiglietta di shampoo, una camicia arrotolata che non incontrerà mai un ferro da stiro. Ho un tappo di spumante nella tasca dei jeans.
Una volta a casa non ho sonno. Penso di scrivere qualcosa. Preparo un risotto, anche se sono le tre. E mi guardo intorno. Saluto la mia stanza. Dove tutto ha di nuovo inizio.

domenica, dicembre 28, 2008

Ovemai

A volte penso di avere la chiave per risolvere tutto. Basta l’ottimismo, la determinazione, il non lasciarsi abbattere da quello che può succedere. Avere calma, pazienza, sorriso.

E’ sufficiente continuare a costruire, a sognare. Dimenticare le parole lontano, impossibile, un giorno, non posso, non è la cosa giusta, perchè io, quando mai. Non avere paura delle scelte, dei bivi, dei cambi di direzione. Giusto o sbagliato che sia ogni passo che facciamo è un passo in avanti, un rompere quella stabilità che ci lascia con l’amaro in bocca, con la voglia di provare una sensazione. Il che non significa saltellare da una parte all’altra senza ragione: il più delle volte è più difficile seguire una strada già tracciata che imboccarne una nuova.

Certo, credo a quello che dico. Profondamente, aldilà del luogo comune, della frase fatta, del già sentito, dello scontato. E provo a condividere questa filosofia con chi mi sta accanto, con le persone che incontro, con chi si lamenta senza rendersi conto di avere piena libertà, capacità di azione e decisione.

Ma posso avere anch’io un attimo di sconforto. Posso disinnamorarmi della vita, delle possibilità. Posso essere estremamente cinico, pragmatico, attenendomi a quello che vedo, a numeri che parlano da soli. Posso creare una consuetudine che non mi dia più modo di capire le cose. Posso dimenticare le esperienze, i libri, gli sguardi, le emozioni e vivere tranquillo. E in quel momento non voglio che qualcuno mi rinfacci i discorsi che ho fatto, i propositi di speranza, i sogni.

Ma voglio che un altro mi parli delle sue ambizioni, di come sta inseguendo un obiettivo irraggiungibile, di cosa sente quando capisce quanto è lunga la strada. E voglio riuscire a dargli ragione.

domenica, dicembre 14, 2008

Il popolo del surf

Aspetterò la piena a Ponte Milvio. Con queste parole il sindaco di Roma ha ben pensato di rincuorare i propri concittadini, colpiti dalla psicosi generale dell’aumento del livello del fiume Tevere. Con tanto di secchiello e paletta, seduto sull’argine, pronto in caso di necessità a togliere l’acqua di troppo.
Il fatto è questo: la pioggia eccezionale c’è stata, otto virgola sei centimetri d’acqua in una sola notte, che convogliati da affluenti e scarichi nel letto del fiume ne comportano un aumento di livello di una decina di metri. D’accordo. Esattamente si è arrivati a dodici metri e cinquanta, ben lontani dalla piena di sedici metri anni settanta o dagli oltre diciassette di inizio secolo.

Non dico che i disagi non ci siano stati: stazioni allagate, sottopassaggi impraticabili, tombini otturati che non riescono a smaltire l’acqua in eccesso. Ma la situazione è stata amplificata in modo inaspettato: si è parlato di Roma sommerse dalle acque, di inondazioni previste per lo straripamento del fiume. E la sera della piena erano tutti lì, sul lungotevere, ad aspettare l’onda. Che ovviamente non esiste. Il livello sale piano piano, magari di una decina di centimetri in una serata, eppure il pubblico assiepato sugli argini era proprio convinto di dover aspettare un’onda distruttiva, a mezzanotte, alle tre, non si è mai capito bene quando. In fondo costa meno del cinema e del teatro, ed è comunque uno spettacolo dignitoso. Preti in preghiera sull’isola tiberina, che si trova a un livello più basso rispetto all’argine e se la è quindi passata male. Protezione civile che dispone sacchetti di sabbia, polizia ad ogni ponte, foto ricordo con gli alberi sommersi. Almeno in questa confusione abbiamo imparato qualcosa: una parola nuova, esondazione, che rende tutti immediatamente esperti quando la pronunciano. E anche che i grandi muraglioni che imprigionano il Tevere nel suo corso sono stati costruiti da Garibaldi, che oggi non è più solo l’eroe dei due mondi ma anche, in un certo modo, l’eroe di Roma.

giovedì, dicembre 11, 2008

Il lento divagare

Sembra che attorno tutto stia rallentando, che ci sia la necessità impellente di frenare, fino quasi a fermarsi. Niente più vita frenetica, fast food, flash news. Ritorno alla quiete, alla calma.
Sarà solo un'impressione, o il natale che si avvicina e rende le persone pazienti e disponibili, o la neve che nasconde la fretta e blocca i camion alle frontiere.
Ma negli ultimi giorni mi sono ritrovato a viaggiare a velocità dimezzata. Ho cucinato con calma senza la smania dell'apporto energetico, soffermandomi a guardare la superficie dell'acqua nella pentola che trema prima di bollire. Sono stato a teatro e lo spettacolo mi è sembrato così lento, scandito, quasi che il pubblico avesse bisogno dello spelling per capire bene le parole, per avere il tempo di pensare a quello che stava succedendo. E ho visto la mostra di un genio della video-art che gira video a trecento fotogrammi al secondo invece dei classici ventiquattro, per poter dilatare la visione e il tempo, sfumando un'espressione del volto in lunghe sequenze di interminabili micromovimenti.

E poi piove, vedo un lampo di luce che illumina la finestra e poi conto i secondi. Uno, due, tre, trecentoquaranta metri di distanza per ogni secondo che passa. E nessun tuono arriva mai prima del tre.
Quasi che anche il fulmine voglia rallentare, prendere un bel respiro prima di farsi sentire. Senza fretta, facendo le cose con la giusta cura, dando la giusta importanza ad ogni frazione di tempo.

sabato, novembre 29, 2008

Cronache marziane

Chissà perchè mi lascio sempre affascinare dallo spazio. Da ogni piccolo dettaglio, ogni scoperta irrilevante, che scatena l’immaginazione. Forse perchè è una delle poche cose indefinite che ci restano, talmente sotto gli occhi di tutti da passare inosservata. O forse perchè in fondo spero che ci sia davvero qualcuno la fuorì, su altri pianeti. E spero per loro che non abbiano la pelle verde.

L’ultima notizia è questa: è stata trovata una particella di zucchero nello spazio. Si, zucchero, quello che abbiamo tutti nella credenza della cucina. E l’articolo d’apertura di qualche esimio giornalista non può far altro che cadere in un serie di luoghi comuni sconvolgenti: “Il brodo primordiale è dolce e viene preparato nella cucina dello spazio, con la polvere di stelle a fornire gli ingredienti e gli astri in via di formazione che danno il calore necessario”. D’accordo.
Tralaltro non ho idea di come si possa individuare una particella a ventiseimila anni luce di distanza. Nè sono a conoscenza se si trattasse di zolletta o zucchero in bustina. L’unica indicazione che ci viene data è che ha una temperatura simile a quella della Terra durante una giornata estiva. Quindi un po’ sciolto. L’equipe di scienziati conclude rassicurandoci sul fatto che debba esistere altro zucchero nello spazio.
E sembra essere una buona notizia: la piccola particella è considerata un elemento fondamentale per la nascita della vita. Ma sono ancora molti i passi che ci separano dalla conoscenza del processo che porta una bustina di zucchero a trasformarsi in essere umano. E senza pelle verde.

mercoledì, novembre 26, 2008

Quarantotto ore

Quarantotto ore di vuoto, di nulla, di buio. Malinconoia, lavoro saltato, scarsa predisposizione ai rapporti interpersonali. E tutto questo nella vita reale, non in quella virtual blog che è abbandonata da tempi non calcolabili. Addirittura il mese ottobre 2009 non apparirà mai in elenco; è questa, di per sè, è una cosa abbastanza grave.
Ma quando uno meno se lo aspetta l'organismo umano risponde in modo inaspettato. A nulla sono valsi i pasti saltati negli ultimi giorni, la pioggia del pomeriggio per la strada senza ombrello, lo zapping tra letto e divano e la totale mancanza di stimoli. Qualcosa è scattato e alla mezzanotte di oggi sono stato sorpreso da un incredibile picco d'energia.
Quasi che il corpo si voglia ribellare a questa staticità, facendomi saltellare per la casa, iperattivo e senza alcun segno di stanchezza. Una botta di adrenalina che mi ha addirittura spinto a riprendere le pagine del blog, dopo aver fatto qualche corsetta per le scale del condominio.
Certo, è notte. Forse non è il momento più utile. Ma fatto è che dopo quasi due mesi posso nuovamente scrivere e raccontare sulle pagine dell'amato blog.

domenica, settembre 28, 2008

Un euro solo un euro

La domenica mattina la tradizione sta diventando il mercato di Porta Portese. Quell'accozzaglia di stili, culture, oggetti, ricordi che si riversa per le strade del quartiere, attirando gli sguardi curiosi di turisti e passanti. Occhi sgranati verso ogni bancarella, passo lento e cadenzato, buste di plastica e la colonna sonora delle voci dei venditori. Ve li stiamo regalando, un euro solo un euro, roba bella ce n'è. Il capo è uscito pazzo, tutto cinquanta centesimi, quante belle cose.
Parole lanciate con accenti improbabili che raccontano di terre lontane, volti cordiali di romani e pakistani, commenti volanti e teste che si voltano di qua e di la come in una partita di tennis.

Tra le bancarelle si possono scorgere personaggi inimitabili, caratteristici. Perchè qui come non mai è importante colpire l'attenzione, creare curiosità per vendere la propria merce battendo la concorrenza. Un simpatico signore con un microfono legato al collo svolge la sua televendita continua, con tanto di dimostrazione pratica, affilando incessantemente forbici e coltelli. Gruppi di uomini spaesati si soffermano di fronte a un espositore di trapani a percussione. Il passato incontra il futuro al banco cinese, calamai e lampadine al neon.
Alle quattordici tutti via, e la città ripiomba nel silenzio di una pigra domenica pomeriggio.

sabato, settembre 27, 2008

Ode a Chatwin

Informazione discontinua e disorganizzata. Penso che come sottotitolo per questo blog non si possano trovare parole migliori. Visto che gli spunti arrivano ormai con la cadenza delle affermazioni intelligenti della politica italiana. Insomma, molto raramente. Leggo troppo spesso negli spazi di amici e sconosciuti le parole 'so che è un po’ che non aggiorno questo blog, ma sono stato molto impegnato'. Ultimo post, natale 2006. In altri casi, assecondando quella vena che porta ogni italiano ad essere ct della nazionale, qualche commento sui campionati europei. Il che ci porta a un soddisfacente luglio 2008. Poi il nulla.
Voglio essere onesto, e sfatare questa leggenda che cancella i pensieri della rete perchè la vita di ogni giorno è troppo densa di avvenimenti. Non sono stato particolarmente impegnato, ho tanto tempo libero, carta e penna sempre con me e una coscienza critica sugli avvenimenti. Penso, ogni tanto, a un commento su un determinato argomento. Mi immagino un frase scritta nella mente, con una sorta di deformazione professionale del giornalista consumato. E poi non fermo un pensiero sul foglio, o sul blog. Pigrizia, privacy, non lo so.

Eppure i presupposti ci sarebbero: uso lo stesso blocchetto di Hemingway, di Picasso. C’è proprio scritto in quarta di copertina. E ogni volta che qualcuno lo sfoglia esce la stessa frase: 'ah, come il blocchetto di Hemingway'. Si almeno, dall’esterno. E poi il discorso cade sempre lì: 'Picasso, Van Gogh, Chatwin... Chatwin?! E chi è Chatwin?'. Lo dico, una volta per tutte. E’ uno scrittore britannico, famoso per i suoi racconti di viaggio. E anche lui, ogni tanto, non aveva voglia di scrivere.

sabato, settembre 13, 2008

Notti bianche o quasi

Per fortuna siamo a Roma, basta uscire e qualcosa si trova sempre. Così viene sintetizzata la gloriosa notte bianca che quest'anno non ci sarà, o almeno non nelle modalità che l'hanno resa celebre nelle passate edizioni. In cassa non c'è un soldo, sostiene la giunta Alemanno. Abbiamo aperto la scatola delle offerte e la sinistra non ha lasciato neanche una monetina per andarci a divertire. Nè per riparare le buche delle strade, o prendere un cornetto al bar.
La decisione quindi sembrerebbe sensata ma, anche se non è compito mio stare qui a sindacare, non mi sembra una scelta felice. Anche perchè poi il ritorno economico c'era, per forza, con due milioni e mezzo di persone per strada tutta la notte. E l'immagine, il riaffermarsi come città dell'arte, della cultura. Ma niente da fare.
Questa volta sono però i Municipi a rimboccarsi le maniche. Perchè Roma è fatta di tanti quartieri che godono di una certa autonomia, e possono decidere spontaneamente di riempire una piazza, organizzare un concerto, un dibattito, senza spese folli ma con tanta buona volontà. Ecco allora la serata di tango a piazza Navona, il festival dedicato a Pasolini a Capanelle, musica blues a Campo dei Fiori, attori, band, qualche nome famoso, sparpagliati qua e là. Ciliegina sulla torta per il Municipio XVII, a mezzanotte la proiezione del famoso film 'La corazzata Potemkin'. Presentata da Paolo Villaggio, che in un momento di intensa cultura indosserà i panni del ragionier Fantozzi per il revival della frase che ha segnato la storia del cinema. Chi vuol capire, capisca.

mercoledì, settembre 10, 2008

Vroom

Vroom vroom, meeeeeee, ni no ni no, trshhhh...

Non è l'inizio di una improbabile poesia dadaista. O quanto meno non ancora. E' invece una breve sintesi dei rumori che di notte salgono dalla strada, a qualsiasi ora.
Il cambio di questa settimana è davvero notevole, nessuno è più in ferie, addio all'idillica pace di agosto.
La città si riappropria con arroganza dei propri spazi e non si concede pause, nè ovviamente silenzi. Il che ha un suo fascino. E una tendenza insita a portare sull'orlo della crisi di nervi chi abita fronte strada e dorme ancora con la finestra aperta, perchè in fondo fine delle vacanze non coincide per forza con fine del caldo.

Non sono nato in città, anzi, sono sempre vissuto a contatto con la natura, con la quiete. Se dalla finestra vedevo le foglie degli alberi bagnate capivo che aveva piovuto. Adesso lo capisco dall'odore d'asfalto zuppo che sale con un'onda di vapore e gas di scarico. Non vedo caprioli nel prato vicino casa, non stacco pesche dal ramo, non guardo i pesci nel fiume. Per ora è giusto così, altri obiettivi, altre sensazioni.
Ma se avete un motorino truccato con la marmitta tagliata evitate di passare alle quattro del mattino da queste parti. Ve ne sarei enormemente grato.

giovedì, settembre 04, 2008

My cinematic life

Roma è la città del cinema. O forse no. Perchè poi si finisce sempre per pensare a Venezia, al festival che è così bello mentre nella capitale fanno solo la Festa del cinema, che nasce come imitazione e quindi non può avere il livello dell'originale. Ma qui si respira un'aria diversa, si vive tra le ambientazioni di pellicole che hanno segnato la storia, non è raro imbattersi in qualche lavorazione in corso. Anche senza spingere in fondo alla metro fino a Cinecittà.
Nella via sotto casa hanno girato I soliti ignoti, dietro accanto al gazometro Le fate ignoranti. Giusto perchè Ozpetek abita dall'altra parte del ponte e non voleva fare troppa strada per andare sul set. Tra le due location la casa di Muccino, poco lontano quella di Santamaria. Perchè la nuova generazione di attori e artisti preferisce vivere appena fuori dal centro, dove la notte è viva e piena di locali.

Intanto in questi giorni continuano le riprese del film che porta Roma a fare i conti con un passato scomodo: Il grande sogno, regia di Michele Placido, una sorta di racconto del '68 e della rivoluzione giovanile. Imperdibili le scene che si stanno realizzando nei pressi della facoltà di architettura, dove tutto prese il via quarant'anni fa. Manifestazioni, occupazioni, scontri tra polizia e studenti, rigorosamente in abito lungo e cappotto sotto il sole di fine estate. Capelli alla Beatles, pantaloni di velluto e occhiali squadrati, un tuffo nel passato che per pochi giorni rivive nella città che lentamente si sveglia al ritorno dalle vacanze.

mercoledì, settembre 03, 2008

Supereroi contro la municipale

Ripresa delle trasmissioni. Dopo un assenza che non si può definire forzata, nè voluta, o cercata. Tanti sarebbero gli avvenimenti degni di un' opinione, di un dibattito, di un punto di vista: l'ultimo mese è stato ricco di novità, sul piano personale come su quello pubblico. Ma nel pieno rispetto della miglior tradizione giornalistica, l'estate non concede approfondimenti. Non si parla con Vespa in seconda serata, non si leggono le cronache dei quotidiani gratuiti, non si considerano più le sparate dei politici (o almeno non quanto le loro avventure estive, ricche di scoop e cadute dai gommoni).
Ce ne sarebbero di cose da raccontare, tante da riempire un dizionario. Lettera G, Giochi olimpici, Georgia, Gheddafi, Gustav. Lettera C, Convention, Ciclone, Controlli sulle strade, Cinema, Cina, Caldo (argomento di punta di ogni tg).

Ma la notizia che merita rilievo per oggi è un'altra. Un bandito, mascherato da Uomo Ragno, ha rapinato un ufficio postale in provincia di Como. Dopo aver arraffato circa mille euro è scappato in bicicletta, facendo perdere le proprie tracce.
Una scena d'altri tempi, quasi nostalgica, che frutta appena i soldi per pagare l'affitto. E che fotografa meglio di tante parole questo pigro settembre italiano.

lunedì, agosto 11, 2008

Quotidiana vita tibetana

Per fortuna che ci sono i giochi olimpici. Altrimenti non avrei mai saputo che il Taipei Cinese è diventato uno stato. Che poi non è vero, ma intanto sfila per conto suo, anche se la bandiera è quella con i cinque cerchi e poi il nome della nazione scritto con i trasferibili. Infatti c’è anche la Palestina, con stendardo ufficiale, e Hong Kong in vena di separatismo. Addirittura si presenta Timor Est, che poi lo sappiamo che non esiste, sicuramente è ancora in guerra ma tanto non interessa a nessuno.
Lo Zimbabwe c’è ma hanno chiesto la cortesia al presidente dittatore Mugabe di non presentarsi in modo da non mettere in imbarazzo tutti quanti. Myanmar presente, ulteriore prova che il mancato rispetto dei diritti umani non impedisce la partecipazione alla kermesse dell’anno.

A suo modo, sorprendentemente, c’è anche il Tibet. Grazie a un piccolo sotterfugio, un po’ kitsch e usato decisamente a sproposito, sfruttando l’impatto mediatico degli ultimi tempi. Quando parte la pubblicità si apre una scena californiana, fondale hollywoodiano. Primo piano di Richard Gere che lascia le impronte nel cemento della via delle star. Pochi secondi dopo, stesso zoom sulla faccia d’attore insieme ad un ragazzino vestito da monaco. I due lasciano le impronte nella neve, dietro di loro il palazzo di Lhasa e scene di quotidiana vita tibetana. Richard Gere sale le montagne dell’Himalaya, e le sale grazie a Lancia Delta. Il potere di essere differente.