venerdì, febbraio 04, 2011

Ariosto, il meglio per il vostro arrosto

GIORNO 13, BOGOTA', COLOMBIA

Mi sono sempre chiesto perche' esistono gli aromi per i cibi. Forse perche' non hanno piu' sapore. Come il leggendario Ariosto. Ovvero, aggiungi il sapore di arrosto al tuo arrosto. Tanto vale comprarsi una rosetta, spolverarla di Ariosto, e fingere il cenone del giorno del ringraziamento. O versarlo sul pacchetto delle gomme, e andare in giro masticando tacchino con patate.
Questo solo per dire che mi sono concesso il primo pranzo completo. E un pollo cosi' in Italia non mi capita mai di mangiarlo, tranne il giorno di pasquetta quando la nonna butta in tavola l'anatra cresciuta in cortile.

Adesso non voglio dire che in Colombia sia tutto sano e genuino. Ma in quel ristorante, sicuramente si'. Certo, chiamarlo ristorante e' un po' esagerato. E' una stanza piastrellata con due file di tavolini da fast food, quelli con gli sgabelli inchiodati a terra. La serranda alzata che sembra di entrare in un garage. Nessuna insegna, solo un cartello scritto in pennarello nero che annuncia menu' completo a 4000 pesos. Un euro e ottanta. E questo basterebbe a convincermi. E in piu' e' pieno di gente. Niente turisti, ancora meglio.
Zuppa di verdure come primo. Poi pollo al forno con patate. Un piatto di misto verdure, lenticchie e riso. Da bere limonata. Certo, accostamento azzardato, ma tutto sommato riuscito. Al servizio totale, preciso e puntuale per quanto spartano, darei tre stelle michelin.
E sicuramente mi riprometto di segnalarlo in una mia personale riedizione del Gambero Rosso.

giovedì, febbraio 03, 2011

Vite parallele

GIORNO 12, BOGOTA', COLOMBIA


Sentirsi a casa ed essere dall'altro lato del mondo. E' incredibile come una citta' possa entrarti nel cuore, come si possa condividere cosi' tanto con persone cresciute in ambiente, cultura e tradizioni differenti.
Sono nel quartiere della Candelaria, il centro storico della citta' ma anche una sorta di roccaforte universitaria, piena di spazi d'epressione, luoghi d'incontro, teatri e locali. Quasi sulla cima della collina, che da li a poco si trasforma in aspra montagna, si trova una piazzetta, plaza del Chorro de Quevedo. Sembra di stare nel centro di Bologna.

Gente seduta sui gradini a leggere col sole sulla fronte, un attore da un lato che intrattiene un gruppo di studenti, giocolieri e muri dipinti. Una giornata alla scoperta di vicoli stretti e colorati, vitali. E poi bella serata in un locale sulla settantesima con la community di viaggiatori della quale faccio parte.
A ridere con un professore di filosofia che ha provato a lavorare in Italia, e si e' ritrovato a distribuire volantini per le strade di Seregno. A parlare con una ragazza afro spagnola che fa la volontaria a Bogota'. A insegnare a un gruppo di colombiani come gli italiani parlano muovendo le braccia.

E sentendo che il mondo e' tutto li. E' esperienza e racconto. Indifferente trovarsi in un bar della Garbatella o sulla cima dell'Everest. Sono le persone, con il loro bagaglio di vita ed emozione, a rendere speciale un incontro, un momento. Sono le persone, che per quanto diverse possano essere, ti fanno sentire a casa.

mercoledì, febbraio 02, 2011

Corri, Forrest

GIORNO 11, BOGOTA', COLOMBIA


Sto correndo come un pazzo. Senza pausa, scivola tutto con una velocita' incredibile. Solo la giornata e' lenta, immensa, infinita. Piena e vuota, bianco e nero di una stessa sensazione.
Ma i chilometri non sono nulla. Le frontiere, appena accennate. Anche questa notte otto ore in autobus. Non e' tanto il nuovo, l'incontro, lo sconosciuto, l'esperienza a essere determinante in questo momento. E' il viaggio, la corsa. Essere un puntino che si muove sulla mappa.

Domani sono ancora qui. In diretta, da dove sto scrivendo, un ostello di fattoni nel centro storico di Bogota'. C'e' anche la sauna, lo devo dire. In fondo, siamo in alta montagna, 2600 metri. Anche se non sembra. Domani sera ho un incontro con un po' di gente della citta'. Ed e' giovedi. Venerdi' mattina, mi svegliero' ancora nello stesso ostello di fattoni. E domenica sono in Ecuador. Come, davvero non lo so.

martedì, febbraio 01, 2011

Siempre viva l'ipnorospo

















GIORNO 10, BUCARAMANGA, COLOMBIA

Giornata tranquilla. Di quelle che ti fanno riprendere il fiato. Un bus urbano a caso e mi ritrovo nel pueblito di Giron, che sembra uscito da un cartone animato. Casette bianche, ponti di roccia che attraversano il fiume, chioschetti dei gelati. Bambini che corrono, aquiloni, una scimmietta che suona il tamburo... beh, quasi. Dagli Appennini alle Ande. Il dolce Remi'. Cose di questo genere.

Nel pomeriggio Bucaramanga. File di banchetti che fanno spremute di mandarino. Di venditori che illustrano le proprieta' magnifiche di uno schiacciapatate. Appena sollevi lo sguardo, attaccano con la parlantina. "Le qualita' di questo prodotto sono tali che mai piu' nella vita vorrete schiacciare verdure con altri attrezzi". E via dicendo. E' un continuo, un mescolarsi di parole e aggettivi e di una formula rituale che apre ogni discorso, che richiama l'attenzione. 'A la orden'. Tradotto piu' o meno in 'a tua disposizione'.
Obiettivo, fuggire lo sguardo ipnotico. Altrimenti rispondere, con spiccato accento italiano, 'buona serata anche a lei'!

lunedì, gennaio 31, 2011

Romanzo criminale

GIORNO 9, CUCUTA, COLOMBIA

Difficile spiegare una serie di avvenimenti da telefilm poliziesco degli anni settanta. Diciamo solo, risveglio a San Cristobal, vicino alla frontiera. Autobus per Cucuta, Colombia. Zona malfamatissima nei pressi della stazione e un poliziotto con un fucile a canne mozze. Giro in centro, mi siedo al parco. Prende fuoco una macchina.
Poco dopo mi si avvicina un ragazzo che vende cd. Si parla del piu' e del meno. Se ne va e se ne avvicina un altro. "Non ci devi parlare con quello, non hai visto che ha una basetta lunga e una corta? E' il riconoscimento dei membri della banda degli Airones." Ok, volevano rubarmi lo zaino e stavano saggiando il territorio. Il tipo mi offre anche un caffe', almeno non e' andata del tutto male.

Grazie. Me ne vado, torno alla stazione degli autobus. Non e' la citta' giusta. Vado a Bucaramanga. Almeno dormo in viaggio. C'e' un servizio passeggeri, che e' piu' o meno un taxi, in partenza. Sono 40.000 pesos. E e' ufficiale, il mio bancomat non funziona.
"Signori, questo e' quanto vi posso dare". Cavo dalle tasca l'inimmaginabile. 10.000 pesos, 70 centesimi di euro, 4 bolivares, una caramella. Affare fatto.

Salto in macchina, saranno duecento chilometri. L'autista e' un disgraziato. Come tutti quelli che guidano su questa strada, che e' fatta di tratti d'autostrada e carraie di montagna. Sorpassa un camion in curva in prossimita' di un ponte. Fa volare un pedone con il semplice movimento dell'aria. Poi, uno scoppio. Abbiamo bucato.
Fermi nella notte, in un buio cosi' buio che e' difficile da immaginare, senza corsie d'emergenza. Ok, uno si sbraccia verso i camion che arrivano lanciati con le loro luci led. Uno illumina la macchina con la torcia. Uno cambia la ruota. Uno prega.
Inizia a piovere. La nuova ruota e' un po' piu' grande e quindi sbatte contro il parafango. Andiamo in giro facendo il rumore di un Ciao. La polizia ci ferma solo tre volte per controllare il bagagliaio. Al gran premio della montagna ci saranno zero gradi, ci fermiamo a comprare una tanica di benzina, un caffe' e un pezzo di formaggio. Il gestore e' infatti contrabbandiere, barista e produttore tipico.

In compenso Bucaramanga e' un'altra Colombia. Bella, ordinata, precisa. E soprattutto tranquilla.

domenica, gennaio 30, 2011

La mia casa ambulante

GIORNO 8, MERIDA, VENEZUELA

La mia casa ambulante avra' ancora due gambe, e i miei sogni non avranno frontiere.
Per fortuna ogni tanto mi tornano in mente frasi come questa. Che ridanno carica. Vita. Che tolgono quel velo di stanchezza.
Giornata difficile. Va detto che la prima settimana di ogni viaggio e' sempre la meno semplice da affrontare. Il corpo non e' abituato. La testa non assimila. Il cuore non si spoglia delle sue vesti europee facilmente. L'occhio cerca sempre il confronto, la differenza. Meglio noi, meglio loro.
Giornata difficile, appunto. Iniziata con 5 bolivares in tasca. Contanti finiti. A conti fatti, un euro e qualche cosa. Due spesi per una scheda telefonica. Uno per un quarto d'ora su internet. E basta.

Perche' va detto che i prezzi qui sono forse piu' alti che in Europa. Per darvi un'idea, un menu' da McDonald's costa 44 bolivares. Che sono quasi nove euro. Le uniche cose sulle quali si risparmia: autobus, telefono, benzina. A livello incredibile, poco meno di un euro per fare un pieno. Ma, evidentemente, io non vado avanti a benzina.
Quindi tutto fermo. Niente soldi, niente cibo. Bancomat e carta vuote per assurdi tempi bancari.

La lunga attesa. Il ragazzo che dovrebbe ospitarmi ha il telefono staccato. Capita. Mi siedo a leggere. Cavie, di Chuck Palahniuk, partito dall'Italia. Due capitoli e una chiamata inutile. Due capitoli e un giro in citta'. Due capitoli e razioniamo l'acqua, perche' costa e quella delle fontane non si puo' bere.
Le pagine scorrono. La quarta di copertina incombe.
Poi la sera verso il terminal degli autobus. Ennesimo tentativo a uno sportello bancomat, e questa e' la volta giusta. Ma ormai c'e' troppa strada tra la citta' e il sottoscritto. Cena al volo e un biglietto d'autobus per San Cristobal, alle tre del mattino.
Questa notte si fanno le ore piccole.

sabato, gennaio 29, 2011

Writerismi andini

GIORNO 7, MERIDA, VENEZUELA

Primo contatto con le Ande. Dopo una notte in autobus da dodici ore mi risveglio a Merida, dall'altro lato del paese. Avamposto venezolano sulle Ande, ridente cittadina a 1400 metri d'altitudine. Alle sue spalle una parete continua di roccia con una cima aguzza che taglia le nubi. E' il Pico Bolivar, 5200 metri.
Da oggi si comincia a salire. Si inizia a sentire un'aria diversa. Sottile, leggera. Bisogna abituarsi alla svelta. Convincere i globuli rossi a correre e farsi forza. A suon di reggaeton, credo sia la cosa migliore.

Merida per il resto e' un simpatico agglomerato di case a meta' tra la cultura andina e il suo essere venezolana. Ha una plaza Bolivar, un avenida Bolivar, la montagna Bolivar. Sulle schede telefoniche vedi il viso di Simon Bolivar, cosi' come sulle monete, i Bolivares. E nonostante siano passati duecento anni dalle imprese del mitico Libertador, sa come stare al passo con i tempi. E' infatti il personaggio che apre ogni murales della citta'. E del resto del Venezuela.
Un personaggio che e' mito e leggenda, ma soprattutto simbolo e quotidianita'.

venerdì, gennaio 28, 2011

Full

GIORNO 6, CHORONI, VENEZUELA


Full e' un termine della lingua inglese che significa pieno, completo. E' di uso comune in Venezuela, il paese piu' americanizzato del continente.
Ma filosofeggiando sul significato del termine, si potrebbe dire che "pieno" acquista il proprio valore solo se si definisce il concetto di limite o misura. Ovvero, un bicchiere e' "pieno" quando il liquido raggiunge il limite del contenitore. Un autobus e' "completo" se ha cinquanta posti e cinquanta passeggeri.

Ma forse le cose sono un po' diverse. Ho ordinato un 'perrito caliente full'. Che sarebbe un hot dog completo. Traduzione, due fette di pane contenenti: wurstel, formaggio, prosciutto, cipolla, insalata, pomodoro, patate fritte, ketchup e maionese. Il tutto spolverato di parmigiano. Servito in un piatto che apparentemente non contiene tracce del suddetto panino, sepolto da una piramide di ingredienti. Il potere del full.

mercoledì, gennaio 26, 2011

La tana delle tigri

GIORNO 4, MARACAY, VENEZUELA

Primo assaggio di vita vip in Sudamerica. Serata trascorsa in elegante club privato a bordo piscina mentre su nove schermi al plasma passa l'attesa finale del campionato venezolano di baseball. In campo i Tigres di Aragua, squadra locale di Maracay, contro i Caribes.
Il funzionamento del baseball appare abbastanza semplice: una squadra lancia, una batte. Il battitore colpisce la palla e inizia a correre. Se riesce a fare un giro di campo, ha segnato un punto. Se pero' gli avversari prendono la palla al volo, o la raccolgono e riescono a lanciarla a una base prima che il battitore l'abbia sorpassata con passo agile e ben disteso, il giocatore e' eliminato. Ogni tre eliminati, si invertono i ruoli. Tu lanci, io ricevo. Per nove inning, racchiusi in tre periodi di gioco da tre inning l'uno. E poi ci sono gli strike. Tre. Che se non sono strike sono ball. Che se sono quattro hai regalato una base. Che se hai le basi cariche e fai un fault la gente si arrabbia. Che se il lanciatore non lancia al battitore ma a una base tu ci devi essere. Altrimenti ti elimina. Insomma, facile.

Per fortuna nella mia collezione di film sportivi spicca "Major League - La squadra piu' scassata della lega", e cio' mi permette di fare una discreta figura di fronte alle domande inquisitorie dei sostenitori dei Tigres. Almeno a livello teorico.
Perche' c'e' un grosso problema nello seguire il gioco: le divise sono tutte uguali. Pantaloni bianchi e giacca blu. Il caso ha voluto in finale le uniche due squadre con gli stessi colori sociali. Cambia solo la scritta ricamata a caratteri rossi sul petto. E devi stare attento. Perche' se sbagli ad applaudire non e' il massimo trovarsi attorno il Tigres fan club.
L'unica cosa che risulta chiara e' che a ogni inning c'e' un attimo di pausa. E parte il reggaeton. E ognuno si riempie il bicchiere di ghiaccio dal cestello al centro del tavolo. E di coca cola. E di rum. Santa Teresa gran riserva, ovviamente.

martedì, gennaio 25, 2011

Trafficante

GIORNO 3, CARACAS, VENEZUELA

L'ultima sera a Caracas e' all'insegna della vita criminale. Che non fosse propriamente una citta' legale e trasparente mi era parso ovvio fin dall'arrivo in aeroporto, quando un poliziotto mi aveva avvicinato per cambiarmi denaro illegalmente. Anche con un prezzo discreto. Pratica tralaltro diffusissima, tanto e' vero che buona parte dei dollari che avevo con me hanno fatto un viaggio al mercato nero e sono tornati in bolivares con un tasso di cambio di 7 a 1. Senza commissione. 6 a 1 il prezzo della polizia. 5 a 1 per strada, dal venditore di spiedini. 4,3 il tasso ufficiale. Al quale va tolto un dieci per cento di commissione della banca o dell'agenzia, il che ti porta ad uno scarsissimo quattro.

Fatto sta che l'amico che ha gentilmente moltiplicato i miei pochi dollari per sette, quella sera mi propone di andare con lui a vendere rum di contrabbando. Saliamo in macchina e voliamo sull'autostrada che collega il piccolo pueblo dove mi trovo all'immensita' di Caracas. Nel bagagliaio tintinnano le bottiglie di rum Santa Teresa gran riserva.
Il discorso e' che la legge vieta a bar e negozi di vendere alcol dopo le nove di sera. Per questo alcuni studenti si sono inventati 'the ron delivery'. Consegna a domicilio. Con ambizione di allargare il giro offrendo un kit completo di rum, coca cola, ghiaccio e bicchieri da cuba libre. Tradizione irrinunciabile per combattere il caldo estivo e aiutare la concentrazione nello studio.

'Anche il padrino ha iniziato con il contrabbando di liquori'. Mi dice con simulato accento siciliano. E via, nella notte, verso un'altra consegna.

lunedì, gennaio 24, 2011

Relativita'

GIORNO 2, CARACAS, VENEZUELA


Tutto molto differente. Sfasato. Sveglio alle sette, senza motivo, con un sole alto e luce innaturale. Stiamo a meno cinque ore e mezza rispetto alla vecchia Europa.
La citta' immensa. Caracas. Una lingua di terra distesa tra due file di montagne. Boulevard di edifici eleganti e piccole case colorate disperatamente aggrappate ai fianchi delle colline.
Un paesaggio da videogioco. Boschi di palme e un fiume melmoso di macchine che invade la pianura. Ford degli anni 70, Chevrolet e macchine ultramoderne. Una Mustang rossa da boss della malavita. Gente in piedi sui pick-up. Appesi fuori le porte dei pulmann.

Colazione all'universita'. Arepa e spremuta. Un bus blu striato di bianco per Chacaito. E poi a caso.
Tra chioschi improvvisati agli angoli delle strade, tra venditori di ghiaccio e caffe'. Tra signore che si connettono a facebook con il blackberry. Tra chi cerca di rifilarti uno spazzolino per poter guadagnare quei pochi spiccioli per poter mangiare a fine giornata. Un paese di contrasti, violenti, che hanno il colore socialista dei mattoni delle favelas e i riflessi delle pareti specchiate dei grattacieli.

Serata a 'Il Teatro', bel locale a meta' strada tra l'intrattenimento artistico e la discoteca. Serata di stand up comedy. Quattro comici sul palco che infiammano il pubblico usando come argomenti le donne e la politica. Per essere cosi' lontano da casa, non mi sembra che in fin dei conti il mondo sia tanto differente.

domenica, gennaio 23, 2011

Blocchi di partenza

GIORNO 1, CARACAS, VENEZUELA

Atterro quasi senza rendermene conto. La notte precedente non ho dormito. Forse per i preparativi, per l'emozione, l'indecisione. Su quello che e' necessario e quello che non lo e'. Ho trovato qualcosa da fare fino alle cinque del mattino. Poi via, in aeroporto. Con un soddisfacente bagaglio a mano. E basta. Sette chili e duecento grammi.

E in un attimo Madrid. Aeroporto immenso. Mezz'ora di cammino per arrivare al terminal U.
E via di nuovo, si decolla. Sonno. Penso di aver dormito per piu' di meta' oceano atlantico. Ricordo a tratti un hamburger che galleggia in un pure' di spinaci. Una camminata lungo le cinquanta file di passeggeri. Una tazza di caffe'.Un film annunciato del quale non ho visto neppure un fotogramma.
Quando mi risveglio per l'ennesima volta il display segna un puntino rosso sulla costa venezolana. Caracas. L'inizio di un viaggio.

sabato, gennaio 22, 2011

Spiegazioni ai gentili lettori

Questo blog era nato nel 2007 per raccontare un viaggio a Valencia, per essere un filo diretto con gli amici a casa e un punto di vista differente sulla Spagna e sul mondo. Poi e' diventato un diario di vita, a Bologna. E un romanzo on the road, a zonzo in Europa. E poi di nuovo quotidianita', a Roma.
Ma un giorno tutto cio' non ha piu' avuto motivo di esistere. E penso non ne abbia neppure ora.

Ma l'occasione di raccontare il viaggio che sto per intraprendere non me la voglio perdere. E se qualcuno vorra' leggere queste poche righe, mi fara' piacere. Perche' e' un modo per sentirsi vicini. Per condividere. Per scoprire ogni giorno come le cose appaiono differenti a secondo del lato dal quale si guardano.

mercoledì, gennaio 21, 2009

En una noche

Mi ero quasi dimenticato di quanto sia bella la notte. Silenzio attorno, tempo relativo, immagini sfumate in un generale senso di quiete.
Ricordo che c'è stato un periodo nel quale tornavo a casa la notte e scrivevo. E ogni volta qualcosa di particolare colpiva la mia mente, faceva scattare un meccanismo che poteva lasciarmi anche per ore a riflettere o semplicemente a guardare il soffitto, ad ascoltare una canzone. Senza il continuo martellare della società moderna, senza gli strepiti di apparecchi televisivi, senza la fretta di doversi riposare assolutamente.

Sarà forse perchè ogni cosa di notte ha una diversa sfumatura, o perchè le ore scorrono senza fretta, ma tutto mi sembra più chiaro, più semplice. Sarà anche perchè in città il contrasto tra le due parti del giorno è fortissimo, dalla confusione al nulla, dallo stress al relax.
E questo accentua un nuovo punto di vista: non mi sembra di buttare le giornate, che iniziano molto più tardi del solito. Perchè la notte, con il suo fascino immobile, mi regala la voglia di creare ed esprimere. Ed è questa l'unica cosa che conta.

martedì, gennaio 20, 2009

Waiting list

Periodo di cambiamenti, nervosismo alternato, intermezzi di felicità immotivata. Le mie giornate nell'ultimo periodo sono fatte soprattutto di riflessione, immaginazione, ricerca di stimoli e obiettivi. Relazioni sociali, poche, e qualche passaggio nel virtuale. Perchè ora sembra più facile tenersi in contatto con le persone alle quali teniamo. E, rovescio della medaglia, è più difficile eludere chi avevamo cancellato dalla memoria e dalla lista degli amici.
Ho scoperto che non mi piace che troppe persone si interessino della mia vita privata. D'accordo, lo sapevo già, e ho sempre esagerato in questo senso, raccontando poco, a tratti, senza dare mai informazioni complete e precise. Ecco perchè ho un profilo di social network così anonimo, ecco anche perchè questo blog è sempre così scarso nei riferimenti alla vita concreta. Ma nello stesso tempo mi sono reso conto che vorrei condividere emozioni e sentimenti con certe persone, e che invece tengo sempre tutto per me, in una sorta di gelosia fine a se stessa.
In fondo si tratta solo di periodi, nientaltro. Nei quali è bello non dover rendere conto a nessuno, nei quali non si è sotto gli occhi di tutti per una scelta azzardata. Nei quali ogni piccolo evento può giocare un ruolo determinante.

domenica, gennaio 04, 2009

Tre pensieri di inizio anno

Fra poche ore sarà l'alba della prima domenica dell'anno. Non si tratta di un giorno particolare, nè si celebra una qualche ricorrenza, nè è successo alcun avvenimento degno di essere ricordato. Eppure mi piacerebbe fissare questa domenica nella mente come un giorno abitudinario, carico di una bellezza semplice, dato dalla città che silenziosa si distende nel freddo invernale.
La notte è piena di musica. Ho scoperto di abitare sopra un pub, che avevo intravisto passeggiando, e che ora ritrovo curiosamente sotto la finestra di casa. Voci allegre si mescolano a sbadigli e a una selezione di rock anni ottanta. Un suo confuso, piacevole, sommesso. Una macchina di tanto in tanto irrompe con un fruscio di marce tirate e foglie che scricchiolano.

Domani è l'ultimo giorno in scena per lo spettacolo che ormai mi accompagna da tre mesi. E che mi ha segnato, nel bene e nel male, portandomi forse a scelte non così semplici. Vedrò le quinte, gli oggetti, sciogliersi lentamente per lasciare spazio al palco vuoto. E nella notte crescerà una nuova scena, un nuovo ambiente, che mi convolge in modo differente, che piano piano mi induce a riaprire il cassetto dei sogni e a scegliere il più bello, il più nascosto.

Un susseguirsi di sensazioni non mi da pace. Non cerco certezze, risposte, segnali. Ma nulla è chiaro o definito. E capire quali siano i passi da muovere in questo inizio d'anno è un'impresa dal risultato incerto.

sabato, gennaio 03, 2009

We can start all over again

E' giunta un'altra volta l'ora di cambiare casa. Resto a Roma, mi sposto solo di un paio di chilometri, resto nell'ambito del conosciuto almeno per le vie che incontro, i tavoli dei ristoranti, le linee tortuose degli autobus. Ma ogni volta che trasloco rivivo un insieme di emozioni contrastanti, fatte di piccoli ricordi, oggetti nascosti. Passo in rassegna gli ultimi mesi. Affondo le mani nel cassetto del comodino, ritrovo di inutilità, biglietti gettati, scontrini sbiaditi, tappi di bottiglia.
Preparo subito uno zaino che mi consentirebbe di vivere tranquillamente per i prossimi sei mesi. E poi inizio a spostare la massa di oggetti superflui che mi circonda. Ogni volta penso che ridurrò il tutto all'indispensabile, all'essenziale, per affrancarmi dalla schiavitù del consumismo, dal dilemma di come abbinare un pantalone nero con una maglietta rossa. E invece eccomi da capo.

E allora esco, nella notte, con indosso una felpa, un gilet e una giacca dell'abito. Per non sgualcirli. E un cilindro in testa, l'eskimo, la kefia, lo zaino da viaggio, lo zainetto, la borsa del pc. Che, tra l'alimentatore e le cuffie, accoglie volentieri anche un paio di lenzuola, una bottiglietta di shampoo, una camicia arrotolata che non incontrerà mai un ferro da stiro. Ho un tappo di spumante nella tasca dei jeans.
Una volta a casa non ho sonno. Penso di scrivere qualcosa. Preparo un risotto, anche se sono le tre. E mi guardo intorno. Saluto la mia stanza. Dove tutto ha di nuovo inizio.

domenica, dicembre 28, 2008

Ovemai

A volte penso di avere la chiave per risolvere tutto. Basta l’ottimismo, la determinazione, il non lasciarsi abbattere da quello che può succedere. Avere calma, pazienza, sorriso.

E’ sufficiente continuare a costruire, a sognare. Dimenticare le parole lontano, impossibile, un giorno, non posso, non è la cosa giusta, perchè io, quando mai. Non avere paura delle scelte, dei bivi, dei cambi di direzione. Giusto o sbagliato che sia ogni passo che facciamo è un passo in avanti, un rompere quella stabilità che ci lascia con l’amaro in bocca, con la voglia di provare una sensazione. Il che non significa saltellare da una parte all’altra senza ragione: il più delle volte è più difficile seguire una strada già tracciata che imboccarne una nuova.

Certo, credo a quello che dico. Profondamente, aldilà del luogo comune, della frase fatta, del già sentito, dello scontato. E provo a condividere questa filosofia con chi mi sta accanto, con le persone che incontro, con chi si lamenta senza rendersi conto di avere piena libertà, capacità di azione e decisione.

Ma posso avere anch’io un attimo di sconforto. Posso disinnamorarmi della vita, delle possibilità. Posso essere estremamente cinico, pragmatico, attenendomi a quello che vedo, a numeri che parlano da soli. Posso creare una consuetudine che non mi dia più modo di capire le cose. Posso dimenticare le esperienze, i libri, gli sguardi, le emozioni e vivere tranquillo. E in quel momento non voglio che qualcuno mi rinfacci i discorsi che ho fatto, i propositi di speranza, i sogni.

Ma voglio che un altro mi parli delle sue ambizioni, di come sta inseguendo un obiettivo irraggiungibile, di cosa sente quando capisce quanto è lunga la strada. E voglio riuscire a dargli ragione.

domenica, dicembre 14, 2008

Il popolo del surf

Aspetterò la piena a Ponte Milvio. Con queste parole il sindaco di Roma ha ben pensato di rincuorare i propri concittadini, colpiti dalla psicosi generale dell’aumento del livello del fiume Tevere. Con tanto di secchiello e paletta, seduto sull’argine, pronto in caso di necessità a togliere l’acqua di troppo.
Il fatto è questo: la pioggia eccezionale c’è stata, otto virgola sei centimetri d’acqua in una sola notte, che convogliati da affluenti e scarichi nel letto del fiume ne comportano un aumento di livello di una decina di metri. D’accordo. Esattamente si è arrivati a dodici metri e cinquanta, ben lontani dalla piena di sedici metri anni settanta o dagli oltre diciassette di inizio secolo.

Non dico che i disagi non ci siano stati: stazioni allagate, sottopassaggi impraticabili, tombini otturati che non riescono a smaltire l’acqua in eccesso. Ma la situazione è stata amplificata in modo inaspettato: si è parlato di Roma sommerse dalle acque, di inondazioni previste per lo straripamento del fiume. E la sera della piena erano tutti lì, sul lungotevere, ad aspettare l’onda. Che ovviamente non esiste. Il livello sale piano piano, magari di una decina di centimetri in una serata, eppure il pubblico assiepato sugli argini era proprio convinto di dover aspettare un’onda distruttiva, a mezzanotte, alle tre, non si è mai capito bene quando. In fondo costa meno del cinema e del teatro, ed è comunque uno spettacolo dignitoso. Preti in preghiera sull’isola tiberina, che si trova a un livello più basso rispetto all’argine e se la è quindi passata male. Protezione civile che dispone sacchetti di sabbia, polizia ad ogni ponte, foto ricordo con gli alberi sommersi. Almeno in questa confusione abbiamo imparato qualcosa: una parola nuova, esondazione, che rende tutti immediatamente esperti quando la pronunciano. E anche che i grandi muraglioni che imprigionano il Tevere nel suo corso sono stati costruiti da Garibaldi, che oggi non è più solo l’eroe dei due mondi ma anche, in un certo modo, l’eroe di Roma.

giovedì, dicembre 11, 2008

Il lento divagare

Sembra che attorno tutto stia rallentando, che ci sia la necessità impellente di frenare, fino quasi a fermarsi. Niente più vita frenetica, fast food, flash news. Ritorno alla quiete, alla calma.
Sarà solo un'impressione, o il natale che si avvicina e rende le persone pazienti e disponibili, o la neve che nasconde la fretta e blocca i camion alle frontiere.
Ma negli ultimi giorni mi sono ritrovato a viaggiare a velocità dimezzata. Ho cucinato con calma senza la smania dell'apporto energetico, soffermandomi a guardare la superficie dell'acqua nella pentola che trema prima di bollire. Sono stato a teatro e lo spettacolo mi è sembrato così lento, scandito, quasi che il pubblico avesse bisogno dello spelling per capire bene le parole, per avere il tempo di pensare a quello che stava succedendo. E ho visto la mostra di un genio della video-art che gira video a trecento fotogrammi al secondo invece dei classici ventiquattro, per poter dilatare la visione e il tempo, sfumando un'espressione del volto in lunghe sequenze di interminabili micromovimenti.

E poi piove, vedo un lampo di luce che illumina la finestra e poi conto i secondi. Uno, due, tre, trecentoquaranta metri di distanza per ogni secondo che passa. E nessun tuono arriva mai prima del tre.
Quasi che anche il fulmine voglia rallentare, prendere un bel respiro prima di farsi sentire. Senza fretta, facendo le cose con la giusta cura, dando la giusta importanza ad ogni frazione di tempo.