Cocce
Roma parla sempre. Non riesce a farne a meno, deve raccontare storie ed episodi con le bocche dei suoi abitanti, deve riaffermare ogni giorno il suo ruolo, centrale, nella storia e nell'arte. In poche settimane ho già una serie di racconti metropolitani, scaturiti da incontri, più o meno fortunati.Poi si ricama, si sviluppa, si sorprende. Oggi ho incontrato un signore del ventinove, con il classico dolore al ginocchio, affabile e felice di raccontare la propria vita.
A Roma, negli anni della guerra, era tutto diverso. Ogni tanto sentivi il rombo delle fortezze volanti che portavano le bombe, qualche mitragliata della contraerea, e poi il cielo si illuminava e si sporcava di grigio. Il sabato si andava tutti a Piazza Venezia per l'adunata, che non interessava a nessuno, ma bastava stare lì a battere le mani ai discorsi e si saltava un giorno di scuola. Poi c'era la tessera per il pane, una rosetta al giorno, e la sera si mangiava semolino di farina, sempre. Che poi la farina bisognava andarla a prendere fuori città, e un giorno passava un camion d'arance, e allora abbiamo chiesto all'uomo sul mezzo di lanciarcene qualcuna. Ma lui ci ha buttato solo le cocce, e noi ce le siamo mangiate lo stesso. E mia moglie stava pure peggio. Si mangiavano le fave un giorno, e il giorno dopo le cocce delle fave, bollite, perchè altrimenti non si mandavano giù.
E stato come vivere per un attimo in un tempo distante, dimenticato. Capace di farci apprezzare ancor di più la semplice realtà di ogni giorno.




